spot_img
spot_img

“Ti fazzu veniri i vermi”: l’avvertimento, lo spavento e il rimedio. Storie di una Sicilia che non c’è più

Ci sono espressioni popolari che sembrano soltanto colorite, quasi esagerate. Ma se ci si ferma ad ascoltarle con attenzione, si scopre che dietro quelle parole vive un intero mondo fatto di credenze, paure antiche e rituali tramandati di generazione in generazione. Una di queste frasi, tipica del linguaggio popolare siciliano, è “ti fazzu veniri i vermi”.

A sentirla oggi può far sorridere. Letteralmente significa “ti faccio venire i vermi”. In realtà era un avvertimento, una minaccia pronunciata quando qualcuno superava il limite della pazienza: quando provocava troppo, insisteva con atteggiamenti fastidiosi o mancava di rispetto. Chi la pronunciava voleva far capire che stava per reagire con durezza, che l’altro avrebbe fatto meglio a fermarsi. Era un modo forte per dire: “Se continui così, te ne farò pentire amaramente.” Ma quelle parole non nascevano dal nulla. Erano legate a una credenza molto diffusa nel mondo contadino: l’idea che un grande spavento potesse far nascere i vermi nello stomaco.


Lo spavento e la “verminara”

Nella tradizione popolare si raccontava che un trauma improvviso – una paura improvvisa, un forte shock, un’emozione violenta – potesse provocare la verminara, cioè la comparsa di vermi nell’intestino. Non era chiaro come questi vermi potessero formarsi. Nessuno lo sapeva davvero. Eppure l’idea sembrava convincente. In fondo, quando una persona prende un grande spavento, il corpo reagisce: lo stomaco si stringe, la pancia fa male, arriva il malessere. Nella cultura popolare quel disagio fisico diventava qualcosa di concreto, visibile, quasi tangibile: i vermi.

Secondo una teoria molto diffusa in passato, questi animaletti vivevano già dentro il corpo umano. Non erano necessariamente un male. Al contrario, si pensava che svolgessero una funzione utile, quasi naturale. Si raccontava che risiedessero in una specie di sacca arrotolata come un gomitolo, nascosta da qualche parte nell’organismo. Lì restavano tranquilli, contribuendo al buon funzionamento del corpo e aiutando la digestione.

Ma se accadeva qualcosa di improvviso – uno spavento forte, una paura violenta – allora tutto cambiava. I vermi si agitavano, uscivano dal loro rifugio e cominciavano a muoversi nell’intestino, provocando dolori e disturbi. Era quello il momento in cui si diceva che una persona “aveva la verminara”.


I guaritori del paese

Quando succedeva, soprattutto ai bambini, raramente si pensava di andare dal medico. Nei piccoli paesi ci si affidava invece a figure molto rispettate: le guaritrici popolari. Erano quasi sempre donne anziane, depositarie di saperi antichi fatti di gesti rituali, preghiere e formule tramandate a voce. Nel paese dove sono cresciuto, ricordo bene due di queste figure.
A za Sariddra, “a pitinisa”, perché era originaria di Pettineo e a za Filippa detta “a casacca”. Quando un bambino prendeva un grande spavento o iniziava a lamentarsi per un mal di pancia perdurante, la famiglia lo portava da loro. Non chiedevano mai denaro, eseguivano il rito a solo scopo sociale. Al massimo riceveva qualche dono semplice: uova fresche, un olio, pane appena sfornato. Un modo in cui la comunità riconosceva il suo ruolo.


“Inciarmare” i vermi

Il primo passo del suo intervento era “cermire” o “inciarmare” i vermi. Significava immobilizzarli, renderli innocui, impedire che continuassero a muoversi nel corpo del bambino. La scena si svolgeva quasi sempre allo stesso modo. Il piccolo paziente veniva fatto stendere.
Za Saridda, o a za Filippa, appoggiavano la mano sulla pancia del bambino, massaggiandola lentamente con il palmo della mano aperta. Nel frattempo sussurrava parole incomprensibili, formule che nessuno riusciva a capire. Le pronunciava a labbra strette, quasi in segreto. Si diceva che quelle parole non dovessero essere ascoltate da chiunque, perché il loro potere stava proprio nel mistero.

In altre parti della Sicilia il rito veniva eseguito allo stesso modo, ma si ungeva con dell’olio e qualche spicchio d’aglio la pancia del bambino. Poi con un coltello dalla lama fredda e lo appoggiava delicatamente sull’addome, soprattutto intorno all’ombelico. A un certo punto, con la punta del coltello, venivano tracciate piccole croci vicino l’ombelico.

Quel gesto aveva un significato preciso: le croci rappresentavano l’atto simbolico di tagliare i vermi nell’intestino. Una volta “tagliati”, si credeva che potessero essere espulsi dal corpo. Il rituale durava qualche minuto. Poi la guaritrice concludeva con altre preghiere, e assicurava alla famiglia che i vermi erano stati fermati. La gente tornava a casa con il proprio bambino convinta che quel semplice gesto bastava davvero a restituire la tranquillità.


Quando anche i medici avevano pochi rimedi

A dire il vero, anche la medicina ufficiale dell’epoca non offriva soluzioni molto diverse. Il rimedio più comune contro i parassiti intestinali era la purga, una miscela di erbe molto forti che irritavano l’intestino e provocavano una evacuazione violenta. Lo scopo era quello di espellere i vermi dal corpo. Ma questi intrugli erano spesso duri da sopportare e non privi di rischi. Dolori, debolezza e disidratazione erano conseguenze frequenti. Così, nelle comunità rurali, la gente continuava ad affidarsi volentieri alle guaritrici, alle loro mani esperte e alle loro parole misteriose.


La memoria nascosta nelle parole

Oggi sappiamo che i vermi intestinali non nascono da uno spavento. La medicina ha chiarito da tempo l’origine di queste infezioni. Eppure espressioni come “ti fazzu veniri i vermi” continuano a vivere nella lingua popolare. Sono piccole tracce di un passato non troppo lontano. Raccontano un mondo in cui la gente cercava di spiegare il funzionamento del corpo attraverso immagini concrete, vicine alla vita quotidiana.

Dietro quella frase, apparentemente scherzosa o minacciosa, si nasconde una memoria collettiva fatta di paure, rituali e antiche conoscenze popolari. E ogni volta che qualcuno la pronuncia, senza saperlo, riporta alla luce un frammento di quella Sicilia antica, dove uno spavento poteva far nascere i vermi e dove, per guarire, bastavano le mani sapienti di una vecchia guaritrice del paese.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles