Stamattina è accaduto qualcosa di inaspettato.
A casa mia si sono presentate due signore, in rappresentanza di un gruppo che, nei mesi scorsi, si era trovato coinvolto in una vicenda di cui si era occupato anche Quadrochiaro, il giornale che ho l’onore di dirigere e in cui ogni giorno cerco di dare voce a chi voce non ne ha. Sono venute per ringraziarmi. Mi hanno portato un piccolo pensiero, un gesto semplice ma denso di significato, per esprimere gratitudine in vista della risoluzione di quella problematica.
Può sembrare un episodio banale, quasi di poco conto, ma non lo è. Tant’è che ho sentito l’esigenza di raccontarlo sul giornale. Per chi fa questo mestiere, ricevere un segno di riconoscenza è qualcosa di raro, quasi straordinario.
Siamo abituati, purtroppo, a ben altro: minacce, diffide, querele, insulti, attacchi sui social e nelle aule dei tribunali. Ogni volta che si tocca un nervo scoperto del potere — politico, economico o criminale — arriva puntuale la reazione, spesso scomposta, di chi vorrebbe zittire, intimidire o semplicemente logorare.
Fare giornalismo oggi, quello vero, quello che scava e non si accontenta dei comunicati stampa, è diventato un atto di resistenza civile. Raccontare ciò che è difficile raccontare — per convenienza, per paura o per interesse — significa esporsi, rischiare, a volte restare soli. Eppure, è proprio lì che si misura la dignità di questo mestiere.
Per questo, il gesto ricevuto stamattina mi ha profondamente colpito. È stato come una boccata d’aria pulita dopo tanto smog. Mi ha ricordato che là fuori, nonostante tutto, c’è ancora una parte di società che crede nel valore della verità, nella libertà di stampa, nel diritto dei cittadini di essere informati in modo onesto.
Quel piccolo pensiero — che non conta per il suo valore materiale, ma per il suo significato umano — mi ha restituito fiducia. Fiducia nelle persone, nel senso civico, nella possibilità che il giornalismo, anche quello più scomodo, possa ancora essere considerato un servizio e non un fastidio.
Non so se chi mi ha fatto quella visita potrà mai immaginare quanto quel gesto mi abbia commosso. Quanto mi abbiano commosso le due parole semplici “con gratitudine.” che ho trovato nel regalo. Ma so che continuerò a fare il mio lavoro con la stessa determinazione, con la stessa coscienza e con la stessa convinzione di sempre.
Perché raccontare le cose come stanno, anche quando è scomodo per qualcuno, non è solo un diritto: è un dovere. E sapere che c’è ancora chi lo riconosce, anche solo con un piccolo pensiero, fa la differenza.




