Ci sono anniversari che rischiano di trasformarsi in rituali. Deposizioni di corone, discorsi ufficiali, minuti di silenzio, parole solenni. Il 19 luglio, giorno della strage di via D’Amelio, è uno di quelli. Ma Paolo Borsellino non ha bisogno di celebrazioni vuote. Ha bisogno di verità.
A trentiquattro anni dall’esplosione che uccise il magistrato e gli agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina – il paradosso è ancora tutto lì, davanti agli occhi del Paese: sappiamo molto su chi eseguì materialmente quell’attentato, ma continuiamo a discutere su chi lo volle davvero, su chi lo agevolò, su chi ne trasse vantaggio e su quali interessi, oltre a quelli mafiosi, possano averne accompagnato la realizzazione.
È una ferita che non si è mai rimarginata. Non perché siano mancate sentenze. Al contrario, la giustizia ha individuato e condannato numerosi appartenenti a Cosa nostra. Ma la storia giudiziaria di via D’Amelio è stata segnata anche da uno dei più gravi depistaggi della Repubblica, con false collaborazioni, investigazioni deviate e innocenti condannati sulla base di ricostruzioni poi rivelatesi infondate. Una pagina che, da sola, racconta quanto sia stata accidentata la ricerca della verità.
Negli ultimi anni il dibattito si è riacceso con forza. Le nuove indagini, le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, le ricostruzioni investigative, le sentenze che hanno certificato il depistaggio, i documenti desecretati e le riflessioni della Commissione parlamentare antimafia hanno riportato al centro interrogativi che non possono essere liquidati come semplici teorie. Il tema dei mandanti esterni, del possibile intreccio tra mafia, apparati infedeli dello Stato, interessi politici ed economici continua ad alimentare un confronto delicato, complesso e ancora aperto.
È proprio qui che occorre evitare due errori ugualmente pericolosi. Il primo è quello della rassegnazione. Pensare che, dopo oltre tre decenni, sia inutile continuare a cercare risposte. Sarebbe una resa dello Stato e della coscienza civile.
Il secondo è l’opposto: trasformare ogni ipotesi in una certezza, ogni suggestione in una verità assoluta, ogni indiscrezione in una sentenza. La ricerca della verità non può diventare terreno di propaganda, né politica né mediatica. Perché la verità processuale richiede prove, mentre quella storica pretende rigore. Confondere i due piani significa fare un favore proprio a chi, in questi anni, ha tratto vantaggio dalla confusione.
Paolo Borsellino, probabilmente, sarebbe stato il primo a pretendere questo equilibrio. Da magistrato conosceva il peso delle prove e il valore della prudenza. Ma conosceva anche il dovere di non fermarsi davanti alle versioni più comode.
Le sue ultime settimane di vita restano ancora oggi attraversate da interrogativi inquietanti. La velocità con cui venne organizzata la strage, appena cinquantasette giorni dopo Capaci. L’agenda rossa scomparsa subito dopo l’esplosione e mai più ritrovata. I rapporti tra le stragi del 1992 e la successiva stagione della cosiddetta trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Sono questioni che continuano a interrogare la coscienza della Repubblica e che meritano di essere affrontate con serietà, senza pregiudizi ma anche senza scorciatoie.
In questi anni, però, il rischio è stato anche un altro: ridurre Paolo Borsellino a un simbolo rassicurante. Una fotografia esposta nelle ricorrenze, una citazione condivisa sui social, un nome evocato da chiunque voglia attribuirsi una patente di legalità.
Ma Borsellino era tutto fuorché rassicurante. Era un magistrato che disturbava gli equilibri, che chiedeva coerenza alle istituzioni, che pretendeva responsabilità, che invitava ciascuno a fare la propria parte. La sua memoria non può essere usata come un alibi morale. Deve continuare a rappresentare una domanda scomoda rivolta allo Stato e alla società.
Perché la mafia non è stata sconfitta una volta per tutte. Ha cambiato linguaggio, investe nell’economia legale, cerca consenso, si mimetizza. E anche la ricerca della verità sulle stragi non può essere archiviata come una questione del passato. Ogni volta che emerge un nuovo elemento, ogni volta che un processo restituisce un tassello in più, ogni volta che un depistaggio viene smascherato, la democrazia recupera un frammento della propria credibilità.
Il modo migliore per ricordare Paolo Borsellino non è limitarsi a commemorarlo. È continuare a pretendere che nessuna zona d’ombra venga considerata intoccabile. Perché uno Stato forte non è quello che teme la verità. È quello che la cerca, anche quando fa male. Solo allora il silenzio di via D’Amelio potrà trasformarsi davvero in memoria. E la memoria, finalmente, in giustizia.




