spot_img
spot_img

Volkswagen, allarme dei lavoratori: «In Germania a rischio fino a 115 mila posti»

La stima del comitato aziendale somma gli esuberi già concordati, i nuovi risparmi ipotizzati dal gruppo e l’incertezza sul futuro di quattro stabilimenti. Ma non si tratta, al momento, di un piano ufficiale approvato

Fino a 115 mila posti di lavoro potrebbero essere coinvolti dalla ristrutturazione del gruppo Volkswagen in Germania. È l’allarme lanciato da Daniela Cavallo, presidente del comitato aziendale del colosso automobilistico, mentre cresce lo scontro con l’amministratore delegato Oliver Blume sulle dimensioni e sulle modalità del nuovo piano di risparmio.

La notizia, anticipata dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt, trova riscontro nel confronto in corso tra l’azienda, i rappresentanti dei lavoratori e gli azionisti. Il numero di 115 mila posti, tuttavia, deve essere interpretato correttamente: non rappresenta un obiettivo ufficiale deciso dal consiglio di amministrazione, né l’annuncio di altrettanti licenziamenti immediati.

Si tratta dello scenario più grave calcolato dal comitato aziendale, sommando tre diverse categorie di posti di lavoro.

Come si arriva alla cifra di 115 mila posti

La prima componente riguarda circa 50 mila posti già interessati da accordi di riduzione del personale all’interno delle società tedesche del gruppo, tra Volkswagen, Audi, Porsche e Cariad, la divisione che si occupa di software.

Per il solo marchio Volkswagen, l’accordo “Zukunft Volkswagen”, raggiunto nel dicembre 2024, prevede la riduzione socialmente sostenibile di oltre 35 mila posti nelle sedi tedesche entro il 2030. Non sono previsti licenziamenti collettivi diretti: il piano dovrebbe essere realizzato attraverso pensionamenti, mancata sostituzione di chi lascia l’azienda, prepensionamenti e uscite volontarie. L’intesa comporta anche una riduzione permanente della capacità produttiva tedesca di circa 734 mila veicoli all’anno.

A questi si aggiungono, tra gli altri, fino a 7.500 posti nelle attività amministrative e indirette di Audi entro il 2029, anche in questo caso con strumenti definiti socialmente sostenibili.

La seconda componente nasce dal nuovo fabbisogno di risparmio indicato da Blume. L’amministratore delegato ha parlato di un adeguamento teorico equivalente ad altri 50 mila posti nel mondo. Secondo la ricostruzione del comitato aziendale, circa la metà – dunque 25 mila posti – potrebbe riguardare la Germania.

Anche questo dato, però, non costituisce ancora un numero definitivo di esuberi: lo stesso Blume lo ha descritto come una proiezione teorica, calcolata sulla quantità di costi che il gruppo deve eliminare per avvicinarsi ai livelli dei concorrenti.

La terza componente riguarda il futuro di quattro grandi fabbriche tedesche Volkswagen Emden, Volkswagen Hannover, Volkswagen Zwickau e Audi Neckarsulm.

Secondo Cavallo, se dal prossimo decennio questi stabilimenti dovessero rimanere senza nuovi modelli da produrre e non fosse individuata una destinazione industriale alternativa, potrebbero essere coinvolti circa altri 40 mila lavoratori.

La somma conduce allo scenario massimo denunciato dalla rappresentante dei dipendenti: 50 mila riduzioni già concordate, 25 mila ulteriori posti potenzialmente interessati in Germania e circa 40 mila occupati nei quattro stabilimenti dal futuro incerto.

Gli stabilimenti non sono stati ancora chiusi

Al momento, Volkswagen non ha annunciato formalmente la chiusura dei quattro siti. Il problema riguarda soprattutto ciò che accadrà dopo la conclusione degli attuali cicli produttivi.

Emden e Zwickau sono due poli importanti per le auto elettriche; Hannover produce veicoli commerciali, tra cui l’ID. Buzz, mentre Neckarsulm è uno degli stabilimenti strategici di Audi. Complessivamente, secondo i dati raccolti da Reuters, i quattro impianti occupano più di 45 mila persone.

Il consiglio di sorveglianza ha già incontrato resistenze nei confronti dell’ipotesi di chiusura, ma la mancanza di assegnazioni produttive competitive per il prossimo decennio mantiene elevata la preoccupazione. Sono allo studio diverse alternative, tra cui nuovi modelli, collaborazioni industriali e produzioni differenti da quelle attuali. Reuters

Perché Volkswagen vuole ridurre ancora i costi

Volkswagen attraversa una delle trasformazioni più delicate della propria storia. Il gruppo deve affrontare contemporaneamente la concorrenza dei produttori cinesi, il costo della transizione verso l’auto elettrica, la riduzione della redditività in Cina, i dazi statunitensi e costi produttivi tedeschi considerati troppo elevati.

Blume sostiene che le spese generali del gruppo siano sensibilmente superiori a quelle dei principali concorrenti e che i risparmi già avviati non siano sufficienti.

I conti confermano una situazione complessa, sebbene Volkswagen resti un gruppo economicamente solido. Nel primo semestre del 2026 i ricavi sono rimasti sostanzialmente stabili a 158,1 miliardi di euro, ma il risultato operativo è sceso dell’11,6%, fermandosi a 5,9 miliardi. Il margine operativo è passato dal 4,2 al 3,8%, mentre le vendite mondiali sono diminuite dell’8,4%, da 4,4 a 4 milioni di veicoli.

La partita è ancora aperta

Il dato di 115 mila posti fotografa dunque un rischio potenziale costruito dai rappresentanti dei lavoratori, non una decisione aziendale già adottata. Una parte delle riduzioni è stata concordata e dovrebbe avvenire senza licenziamenti traumatici; un’altra dipenderà dal nuovo piano di risparmio; l’ultima è legata alla capacità del gruppo di trovare un futuro produttivo per i quattro stabilimenti.

La prossima riunione del consiglio di sorveglianza sarà decisiva per comprendere quali misure verranno effettivamente approvate. Il confronto si annuncia durissimo: da una parte Volkswagen sostiene di dover intervenire rapidamente per restare competitiva; dall’altra lavoratori e sindacati temono che il prezzo della trasformazione venga scaricato soprattutto sull’occupazione tedesca.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles