Di fronte agli ultimi episodi di criminalità che hanno colpito lo Zen, a Palermo, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha risposto con un pacchetto di misure che, almeno sulla carta, rafforzano il controllo del territorio: più pattuglie attorno alla chiesa di San Filippo Neri, videosorveglianza diffusa, vetri blindati e panic button sui bus dell’Amat. Provvedimenti che trasmettono un messaggio chiaro: aumentare la sicurezza attraverso la protezione e il presidio armato. Ma è lecito chiedersi se, nel 2026, questa sia davvero la risposta più efficace – e soprattutto più giusta – per un quartiere come lo Zen.
Il dubbio principale riguarda l’idea stessa di “sicurezza” che emerge da queste decisioni. Blindare gli autisti, installare telecamere, moltiplicare i controlli non interviene sulle cause profonde del disagio, ma ne gestisce soltanto gli effetti. È una sicurezza difensiva, emergenziale, che rischia di trasformare lo spazio urbano in una zona sorvegliata speciale, più simile a un’area di contenimento che a un quartiere della città. In un Paese che si definisce civile, e in una città come Palermo, è amaro constatare che la risposta dello Stato a un problema strutturale come lo Zen si riduca ancora una volta a telecamere e vetri antisfondamento: strumenti che non incidono sulle cause del disagio e che sembrano servire più a proteggere le istituzioni da sé stesse che a cambiare realmente le condizioni di vita del quartiere.
Lo Zen non è un problema improvviso, né un’emergenza nata negli ultimi mesi. È un quartiere segnato da decenni di abbandono istituzionale, carenze strutturali, edilizia incompiuta, servizi assenti o intermittenti. La stessa presenza di padre Giovanni Giannalia al tavolo del Comitato, con il suo racconto di degrado economico, culturale e sociale, conferma una verità nota da tempo: la criminalità prospera dove lo Stato è debole, discontinuo o invisibile. Eppure, ancora una volta, si interviene dopo i colpi di pistola, non prima.
Anche il tema delle occupazioni abusive di edilizia residenziale pubblica viene affrontato prevalentemente come questione di ordine pubblico. Certo, l’illegalità va contrastata. Ma senza una politica abitativa seria, senza censimenti trasparenti, senza alternative concrete per chi vive in condizioni di marginalità estrema, il rischio è di limitarsi a spostare il problema, non a risolverlo. Parlare di “specifiche iniziative” e di coinvolgimento dello Iacp è un primo passo, ma resta vago se non accompagnato da tempi certi e risorse reali.
Le dichiarazioni del sindaco Lagalla richiamano una “programmazione su più ampia scala”, che include illuminazione, rifiuti, rigenerazione urbana, acqua, trasporti. Un elenco condivisibile, ma che suona come un déjà-vu per gli abitanti dello Zen, abituati da anni a promesse cicliche e interventi frammentari. La domanda scomoda è inevitabile: perché tutto questo viene rilanciato solo dopo l’ennesimo fatto di cronaca nera?
Il rischio, oggi, è che lo Zen venga raccontato e gestito esclusivamente come problema di sicurezza, e non come ferita sociale. Le telecamere possono registrare, i vetri blindati possono proteggere, i panic button possono segnalare un pericolo. Ma nessuno di questi strumenti costruisce fiducia, opportunità, futuro. Senza scuole realmente funzionanti, presidi sociali stabili, lavoro, spazi pubblici vivi e politiche di inclusione, la sicurezza resta una corazza fragile. Forse la vera perplessità non riguarda ciò che si è deciso di fare, ma ciò che ancora una volta si è scelto di non fare.




