Per settimane, racconta Sonia Alfano, ogni giorno è iniziato allo stesso modo: con la consapevolezza che da qualche parte qualcuno avrebbe nuovamente provato a demolire la sua reputazione. Una diretta social. Un video. Un post. Un’accusa. Un’altra volta. E poi ancora. Fino a trasformare, secondo la sua denuncia, la quotidianità in una forma di assedio psicologico.
Per questo l’arresto domiciliare di Aurelio Coppolino, eseguito dalla Polizia di Stato su disposizione dell’autorità giudiziaria nell’ambito di un’indagine per presunti atti persecutori e molestie, rappresenta per la figlia del giornalista Beppe Alfano molto più di una semplice notizia di cronaca giudiziaria.
«Solo io, la mia famiglia e gli altri destinatari delle sue nefandezze sappiamo quale baratro di dolore abbiamo dovuto attraversare quotidianamente in questo ultimo mese e mezzo», ha scritto poche ore dopo l’esecuzione della misura cautelare.
Parole dure, cariche di sofferenza, che raccontano una vicenda destinata ad andare oltre il singolo procedimento penale e a toccare temi profondi come la memoria, l’antimafia, il ruolo dei social network e il confine tra libertà di espressione e aggressione personale.
L’arresto e l’inchiesta
La misura cautelare è stata eseguita dagli agenti della Polizia di Stato nei confronti del quarantaseienne originario di Barcellona Pozzo di Gotto, attualmente residente a Olbia. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto e condotta dagli investigatori del locale Commissariato, coordinato dal vice questore aggiunto Carmelo Alioto, ha preso avvio dalla denuncia presentata dal deputato della Repubblica e professionista del foro barcellonese, Tommaso Calderone.
Secondo l’ipotesi accusatoria, che dovrà naturalmente essere verificata nel corso del procedimento e nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, l’indagato avrebbe utilizzato in maniera sistematica social network, dirette streaming e altri strumenti telematici per diffondere contenuti ritenuti offensivi, denigratori e persecutori nei confronti di più persone.
Il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto sussistenti i presupposti per applicare la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e il divieto di utilizzo degli strumenti di comunicazione telematica.
«Un massacro psicologico»
Ma è il commento di Sonia Alfano ad avere dato alla vicenda una dimensione ulteriore. L’ex parlamentare europea e storica esponente dell’antimafia parla apertamente di un «linciaggio mediatico scientifico», di un «massacro psicologico» e di una campagna costruita giorno dopo giorno per colpire la sua persona, la sua attività pubblica e la sua credibilità.
«Svegliarsi ogni giorno sapendo di dover subire un linciaggio mediatico scientifico, volto a distruggere la mia dignità, la mia serenità e la mia storia, è stato un massacro psicologico che ha riaperto ferite che non si rimargineranno mai», scrive. Nelle sue parole emerge la convinzione che gli attacchi subiti non fossero semplici critiche o contestazioni politiche, ma parte di un disegno più ampio finalizzato a delegittimarla pubblicamente. Una convinzione che Alfano afferma di avere già rappresentato nelle querele e nelle dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria.
Due storie diverse, lo stesso racconto del dolore
Le parole di Sonia Alfano trovano un’eco sorprendentemente simile in quelle di Tommaso Calderone, il parlamentare che per primo ha denunciato quanto stava accadendo. Pur provenendo da percorsi diversi, entrambi descrivono una medesima sensazione: quella di essere diventati il bersaglio di una pressione continua, quotidiana e totalizzante.
«Non lo auguro a nessuno. Da mesi sono stato oggetto di una persecuzione ossessiva e sfrenata. Non è stata detta una sola cosa sul mio conto che fosse vera», afferma Calderone. Parole che restituiscono il volto umano di una vicenda che rischia di essere ridotta a una semplice contrapposizione tra accuse e difese.
Il parlamentare racconta mesi di silenzio e isolamento. «Ho stretto i denti, lo ha fatto la mia famiglia, lo hanno fatto le pochissime persone che mi sono state vicine. Tutti spariti. Dai finti amici agli adulatori, fino ai beneficiati».
Un passaggio che fotografa uno degli effetti più insidiosi delle campagne di delegittimazione pubblica: la solitudine. Calderone respinge con decisione l’idea che quanto accaduto possa essere ricondotto al normale esercizio del diritto di critica. «Il diritto di critica non significa molestare, insultare, calunniare, dare del mafioso, attribuire fatti ed episodi falsi e inesistenti. Non mischiamo le carte».
Particolarmente forte è il riferimento alle conseguenze personali che la vicenda avrebbe avuto sulla sua vita. «Sono finito in ospedale, sotto vigilanza delle forze dell’ordine, impaurito per l’attribuzione di gravissimi fatti mai avvenuti». Poi una frase che sembra voler sintetizzare il senso del proprio sfogo: «Dietro di me c’è solo il sacrificio, lo studio, il lavoro. Niente altro».
E anche davanti all’arresto del proprio presunto persecutore evita toni trionfalistici. «Non ho mai gioito per l’arresto o la malattia di qualcuno. E non l’ho fatto neanche oggi e non lo farò mai». Una battaglia che, come lei stessa ricorda, le è costata minacce gravissime e l’inserimento tra i bersagli di Cosa Nostra.
Chi è Sonia Alfano
Per comprendere il peso delle sue dichiarazioni bisogna tornare indietro di oltre trent’anni. Sonia Alfano non è soltanto una figura politica. È soprattutto la figlia di Beppe Alfano, il giornalista assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. Da quel giorno il suo nome è diventato uno dei simboli dell’impegno civile e della ricerca della verità attorno alle connessioni tra criminalità organizzata, politica e poteri economici.
Negli anni Sonia Alfano ha dedicato gran parte della propria attività pubblica ai temi della legalità, della giustizia e della tutela della memoria delle vittime di mafia, arrivando a ricoprire anche il ruolo di parlamentare europea. Una battaglia che, come lei stessa ricorda, le è costata minacce gravissime e l’inserimento tra i bersagli di Cosa Nostra.
Chi era Beppe Alfano
La figura di Beppe Alfano continua ancora oggi a rappresentare una delle pagine più significative e dolorose della storia della provincia di Messina. Insegnante e giornalista, collaboratore di emittenti e testate locali, Alfano conduceva inchieste sui rapporti tra mafia, affari e potere nel comprensorio di Barcellona Pozzo di Gotto.
Le sue indagini si concentravano su ambienti che all’epoca pochi avevano il coraggio di raccontare apertamente. Per questo venne assassinato sotto casa, raggiunto dai colpi di un killer mentre rientrava a bordo della propria automobile. Le sentenze hanno accertato la matrice mafiosa dell’omicidio, trasformando il suo nome in uno dei simboli del giornalismo che non arretra davanti alle intimidazioni. Ed è proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalle parole della figlia.
La memoria sotto attacco
Secondo Sonia Alfano, infatti, gli attacchi ricevuti non avrebbero riguardato soltanto la sua persona. «L’obiettivo finale era enorme: delegittimarmi, neutralizzarmi politicamente e tentare di riscrivere la storia della mafia a Barcellona, scardinando pezzo dopo pezzo la matrice mafiosa dell’omicidio di mio padre», sostiene.
Un’accusa pesantissima che attribuisce agli episodi denunciati un significato che va ben oltre il piano personale. Nelle ultime dirette social, afferma Alfano, sarebbero stati messi in discussione persino il sacrificio di Beppe Alfano e le ragioni che portarono al suo assassinio. È questo l’aspetto che probabilmente colpisce di più nella sua ricostruzione: la sensazione che il bersaglio finale non fosse soltanto una donna impegnata nella vita pubblica, ma la memoria stessa di una vittima di mafia.
Oltre la cronaca giudiziaria
La vicenda adesso seguirà il proprio percorso nelle aule giudiziarie. Spetterà ai magistrati accertare fatti, responsabilità e contesti. L’arresto non equivale a una condanna e l’indagato avrà modo di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Resta però una riflessione che va oltre il singolo procedimento. Nell’epoca dei social network il confine tra dissenso, critica politica, diffamazione e persecuzione appare sempre più sottile.
Le piattaforme digitali consentono a chiunque di esprimere opinioni, denunciare fatti e contestare scelte pubbliche. Ma quando la comunicazione si trasforma in un attacco continuo, personale e sistematico, il terreno cambia radicalmente. È proprio questo il tema che emerge dalla vicenda.
Non soltanto un’indagine per presunti atti persecutori. Ma una storia che parla di memoria, di reputazione, di giustizia e della fragilità delle persone di fronte alla potenza amplificatrice dei social. «Non provo gioia per l’arresto di nessuno», conclude Sonia Alfano. «Ma oggi provo il sollievo profondo di chi vede la verità iniziare a farsi strada contro il muro dell’indifferenza e della complicità».
Parole che raccontano il sentimento di una figlia che da oltre trent’anni convive con una storia personale intrecciata a quella della Sicilia e che oggi vede riaffiorare una convinzione maturata nel tempo: alcune battaglie non finiscono mai davvero. Cambiano soltanto il terreno sul quale vengono combattute.
Immagine copertina generata con AI


