Migliaia di persone sull’altopiano per il “Battiato Tribute – L’alba dentro l’Eterno” del Coro Lirico Siciliano. Al tramonto, mentre risuonavano le canzoni del Maestro, in lontananza l’Etna illuminava il cielo con la sua attività eruttiva. Una coincidenza naturale che, in un luogo già carico di suggestioni, ha reso la serata ancora più straordinaria.
L’Altopiano dell’Argimusco, con i suoi megaliti scolpiti dal vento, dal tempo e dal mito, è da sempre un luogo che sfugge alle normali definizioni. Non è soltanto paesaggio, non è soltanto archeologia, non è soltanto leggenda. Quando ci si arriva, soprattutto al tramonto, sembra quasi di attraversare un confine, di entrare in una dimensione nella quale il tempo procede secondo regole diverse.
E la sera del 10 agosto 2026, nella notte di San Lorenzo, migliaia di persone hanno assistito proprio qui a un omaggio che è andato ben oltre la dimensione del concerto: il “Battiato Tribute – L’alba dentro l’Eterno”, affidato al Coro Lirico Siciliano.
Battiato nel luogo che sembra parlare la sua stessa lingua
La scelta dell’Argimusco per celebrare Franco Battiato non poteva essere più suggestiva. L’altopiano, da tempo al centro di interpretazioni archeoastronomiche e di letture legate al simbolismo dei suoi megaliti, è stato spesso descritto anche come un luogo dalla particolare energia. Una dimensione sospesa che inevitabilmente richiama alcuni dei temi più profondi attraversati dall’opera di Battiato: la ricerca interiore, il rapporto tra uomo e universo, il trascendente, il mistero dell’esistenza.
Qui la musica non è sembrata soltanto un’esecuzione. È diventata risonanza. Le onde sonore si propagavano tra le rocce quasi riattivando una memoria antica, come se l’Argimusco riconoscesse la voce di un suo figlio ideale. Battiato, profondamente siciliano e allo stesso tempo cittadino di territori culturali e spirituali senza confini, avrebbe probabilmente sorriso davanti a una scena del genere. Le sue canzoni, ancora sorprendentemente attuali e capaci di interrogare il presente, hanno trovato nel paesaggio megalitico una scenografia che sembrava essere stata costruita appositamente per loro.

Il tramonto dietro la Dea Orante
Il concerto è iniziato mentre il sole scendeva lentamente dietro la sagoma della Dea Orante, il megalite più iconico dell’altopiano. Migliaia di persone, sedute tra felci, erba e pietra, sembravano trattenere il respiro nell’attesa delle prime note. Attorno, un anfiteatro naturale affacciato sui colori quasi irreali di uno dei tramonti che soltanto la Sicilia riesce a regalare. Poi la musica. E, quasi contemporaneamente, qualcosa che nessun regista avrebbe potuto inserire nella scaletta dello spettacolo.
E in lontananza si accende l’Etna
Mentre sull’Argimusco risuonavano le composizioni di Battiato, l’Etna mostrava in lontananza la propria attività eruttiva. Il fuoco del vulcano era visibile all’orizzonte: bagliori, energia, materia incandescente proiettata verso il cielo.
Naturalmente l’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo e le sue manifestazioni eruttive non rappresentano certo eventi eccezionali in senso assoluto. Ma quella sera era il contesto a trasformare una coincidenza naturale in qualcosa di straordinariamente suggestivo.
Da una parte la musica di Battiato, con il suo continuo interrogarsi sull’interiorità, sull’universo e sulla dimensione spirituale dell’uomo. Dall’altra la montagna viva, che sembrava rispondere con il proprio linguaggio primordiale. Fuoco e suono. Cielo e roccia. Musica e materia.
Per molti dei presenti è stato impossibile non cogliere, almeno emotivamente, una sorta di dialogo. Non serviva attribuire all’eruzione significati misteriosi o soprannaturali: bastava osservare. Perché, in quella particolare cornice, era la realtà stessa a essere sufficientemente spettacolare.

“La Cura” sotto lo sguardo della Dea Orante
Il Coro Lirico Siciliano ha attraversato il repertorio di Franco Battiato con rispetto e, allo stesso tempo, con il coraggio necessario per confrontarsi con una produzione musicale che difficilmente può essere semplicemente “reinterpretata”.
Sono risuonate tante delle sue canzoni più amate. “La Cura”, “L’ombra della luce”, “E ti vengo a cercare”, “Prospettiva Nevskij”. Parole e melodie che si sono propagate sull’altopiano sotto lo sguardo immobile della Dea Orante. Brani che ormai non appartengono soltanto alla storia della musica italiana. Sono entrati nella coscienza collettiva, attraversando generazioni diverse e continuando a parlare anche a chi Battiato non ha avuto modo di viverlo nel pieno della sua parabola artistica. Ed è forse questa una delle eredità più profonde lasciate dal Maestro: avere scritto canzoni capaci di invecchiare senza diventare vecchie.
Poi il cielo di San Lorenzo
Quando il sole è scomparso completamente e gli ultimi riflessi del tramonto hanno lasciato spazio alla notte, l’Argimusco ha cambiato ancora una volta volto. Sopra i megaliti si è aperto il cielo stellato. Ed era pur sempre la notte di San Lorenzo.
A quel punto non servivano più scenografie. C’erano già le pietre millenarie, le stelle, il profilo della Dea Orante, il fuoco dell’Etna in lontananza e le melodie di Franco Battiato che continuavano a viaggiare nell’aria. Tutto il resto sarebbe stato superfluo.
Una presenza, più che un ricordo
E così, tra megaliti, lava, musica e cielo, la memoria di Franco Battiato è tornata a vivere non come quella distante di un artista che non c’è più, ma quasi come la presenza familiare di un amico che continua ad accompagnarti.
Forse è proprio questa la sensazione che resta della notte dell’Argimusco. La musica è terminata. Le luci si sono spente. Le persone sono tornate verso casa. Ma qualcosa sembrava essere rimasto lassù. L’Argimusco, del resto, ha fatto ciò che sembra fare da millenni: custodire, amplificare e trasformare.
E per una notte, quella di San Lorenzo, tra le sue pietre antiche ha custodito anche la voce di Franco Battiato. Una voce che, facendo eco tra i megaliti, sembrava ricordare a tutti che alcune presenze non hanno bisogno di esserci fisicamente per continuare a farsi sentire.




