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Capizzi: quando lo Stato chiude gli occhi, le tragedie non si evitano: si attendono

Non serviva la sfera di cristallo per prevedere ciò che è accaduto. Bastava ascoltare, osservare, collegare i fatti. Perché di segnali, nel caso dei fratelli Frasconà Filaro, ce n’erano stati fin troppi. Eppure nessuno li ha fermati in tempo.

Al ritorno dalla sagra del cannolo, svoltasi a Nicosia, una banale discussione con chi gentilmente gli aveva concesso un passaggio ai due fratelli – secondo quanto si racconta in giro – finisce con una pistola in pugno. Giacomo e Mario Frasconà Filaro tornano a casa, prendono l’arma – una pistola irregolarmente detenuta, con matricola abrasa, come “tutti sapevano” – e vanno a cercare il ragazzo con cui avevano litigato tornando da Nicosia. Lo cercano apertamente, dicono a un conoscente di “dovergli sparare”. Quest’ultimo, terrorizzato, avvisa la vittima designata che a sua volta avvisa i Carabinieri, che avviano accertamenti e una perquisizione. Ma l’arma, quella volta, non viene trovata.

Eppure la pericolosità dei fratelli era già nota. Non da ieri

Mario qualche anno prima aveva bruciato il portone della caserma dei Carabinieri di Capizzi e danneggiato un’auto dell’Arma. Giacomo in passato aveva spaccato la cassa continua, bancomat, nella filiale di Poste Italiane. Aveva minacciato una ragazza. Eseguito vari atti incendiari – dal portone di via Libertà di qualche settimana fa, fino a un’auto che, giorni a dietro, solo il proprietario aveva salvato dalle fiamme per il tempestivo intervento.
E poi, le segnalazioni. Il sindaco di Capizzi pare avere scritto nero su bianco al Prefetto, denunciando la pericolosità dei due fratelli e il clima di paura che si respirava in paese. I carabinieri avevano fatto lo stesso inoltrando decine di segnalazioni alla competente Procura. Tutto agli atti. Tutto noto. Tutto ignorato?

Poi, la notte di sangue

Ieri sera, Giacomo e Mario – accompagnati dal padre – escono ancora alla ricerca della stessa persona, verso la quale i due nutrivano astio. Il coetaneo che aveva dato loro il passaggio. Chiedono informazioni a un ragazzo, gli puntano la pistola in faccia. L’arma si inceppa, ma Giacomo riesce a disincepparla e spara: due colpi. Uno colpisce Giuseppe Di Dio, l’altro un ventenne ricoverato in ospedale. Solo il gesto di un ragazzo, che riesce a spostare il braccio dell’aggressore facendogli cadere la pistola, evita un’ulteriore tragedia. Poche ore dopo, i fratelli Frasconà Filaro e il padre vengono fermati e portati in caserma, a Mistretta, dove oggi sono stati poi tradotti in carcere a Enna.

Troppo facile parlare di follia: qui è mancato il coraggio di fermarli

Ma la domanda che resta, amara e inevitabile, è una: perché non prima?
Perché nonostante le denunce, gli incendi, le minacce, gli atti vandalici, le segnalazioni ufficiali e informali, non si è riusciti a impedire che si arrivasse a sparare?
È mancata la legge o chi doveva farla rispettare? È colpa di un sistema di sicurezza che funziona solo dopo, mai prima?
Le istituzioni si difenderanno dietro la burocrazia: “Servivano prove, serviva la flagranza, serviva l’autorizzazione”. Intanto, un paese vive nella paura, che qualche “testa pensante” possa risolvere tutto con una condanna per semi-infermità mentale. E questo sarebbe come far morire Giuseppe una seconda volta.

Forse non bastano più le denunce. Forse serve una revisione seria del modo in cui si valutano le situazioni di pericolo sociale. Perché questa, a Capizzi, non è stata una tragedia imprevedibile.
È stata una tragedia annunciata.
E il silenzio – o la lentezza – di chi doveva agire pesa come il piombo sparato ieri sera.

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