«Una traiettoria di realizzazione superiore alla media nazionale». Con queste parole l’assessora alla Salute, Daniela Faraoni, ha commentato i dati sull’attuazione della missione 6 del PNRR in Sicilia. Un quadro che, a prima lettura, restituisce l’immagine di una regione in netto anticipo sui tempi e sulla strada giusta per rafforzare la sanità territoriale.
Ma i numeri, da soli, non bastano a raccontare tutta la storia
Secondo quanto comunicato dalla Regione, al 15 aprile 2026 risultano operative 57 strutture tra Case e Ospedali di Comunità. La distribuzione sul territorio è ampia: 13 Case e un Ospedale nel Palermitano, 15 Case e un Ospedale nel Catanese, 12 Case e un Ospedale nel Messinese, 5 strutture nel Nisseno, 4 nel Siracusano e 2 a Enna. A queste si aggiungono altre 35 strutture già concluse ma non ancora attive. Un dato, quest’ultimo, che rappresenta il primo elemento di riflessione.
Parallelamente, la Sicilia registra un avanzamento della spesa pari al 54% dei fondi disponibili, a fronte di una media nazionale del 33,5%. Un risultato che evidenzia una capacità di utilizzo delle risorse superiore ad altre regioni e in linea con il cronoprogramma previsto dal PNRR.
Tuttavia, il punto centrale resta un altro: cosa significa davvero che una struttura è “operativa”?
Nel linguaggio amministrativo, il termine può indicare una struttura completata, attrezzata e formalmente attiva. Ma nella percezione dei cittadini, “operativa” significa accessibile, funzionante, capace di erogare servizi in tempi adeguati. Ed è qui che emerge la distanza tra dati e realtà.
Le Case di Comunità sono pensate come il perno della medicina di prossimità: luoghi dove integrare assistenza sanitaria e servizi sociali, ridurre la pressione sui pronto soccorso e garantire cure più vicine ai territori. Un modello condiviso e, almeno sulla carta, efficace. Ma una struttura, da sola, non è un servizio.
Senza personale sanitario sufficiente, senza un’organizzazione efficiente e senza una reale integrazione con il territorio, anche una struttura nuova rischia di non incidere concretamente sulla qualità dell’assistenza. Il tema delle risorse umane resta infatti il vero nodo: medici, infermieri e operatori sono indispensabili quanto gli edifici.
In questo senso, il dato delle 35 strutture concluse ma ancora in attesa di attivazione appare significativo. Indica che la fase infrastrutturale procede più rapidamente rispetto a quella organizzativa. Un passaggio non secondario, perché è proprio in questa fase che si misura la reale efficacia della riforma. La Regione invita a una lettura corretta dei dati, sottolineando l’impegno «costante e concreto» nella costruzione della sanità territoriale. Un impegno che, nei numeri, appare evidente.
Resta però da verificare l’impatto reale sui cittadini
Liste d’attesa, difficoltà di accesso ai servizi e carenza di personale continuano a rappresentare criticità diffuse. Problemi che non si risolvono automaticamente con l’apertura o la ristrutturazione di nuove strutture. Non basta togliere il cartello “Poliambulatorio” e sostituirlo con “Casa di Comunità” per trasformare la sanità. Non basta una mano di vernice per creare un sistema. Non basta dichiarare 14 servizi attivi per struttura se poi il cittadino continua a fare i conti con le stesse liste d’attesa, gli stessi medici insufficienti, le stesse difficoltà di accesso.
La Sicilia, dunque, è in una fase di transizione: i cantieri avanzano, le strutture aumentano, la spesa cresce. Ma è necessario essere chiari: la funzionalità del sistema non coincide automaticamente con il numero delle strutture dichiarate operative. Quello resta un obiettivo ancora da raggiungere.
Si può dire che la nuova idea di sanità territoriale stia prendendo forma, ma per capire se funzionerà davvero sarà necessario attendere ancora e andare oltre i numeri, osservando la quotidianità dei servizi e l’effettiva risposta ai bisogni dei cittadini.


