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Castel di Lucio, quattro fabbri e un patto del 1926: dentro un foglio ingiallito la storia del lavoro di un paese

Ci sono documenti che raccontano la grande Storia e altri che, apparentemente, non raccontano nulla di straordinario. Non portano la firma di un ministro, non annunciano guerre, non registrano eventi destinati ai manuali. Parlano di affitti, attrezzi, giornate di lavoro, assenze e qualche lira da pagare. Eppure sono proprio questi fogli, qualche volta, a permetterci di capire come vivevano davvero le persone. Uno di questi è riemerso qualche giorno fa a Castel di Lucio. Tre pagine ingiallite, piegate più volte, scritte a mano con una grafia ordinata. In alto compare una marca da bollo da cinque lire. Poi una data:

6 giugno 1926.

Quel giorno, esattamente 100 anni a fa, quattro uomini di Castel di Lucio si sedettero probabilmente attorno a un tavolo e decisero di mettere per iscritto un progetto comune. Si chiamavano Lorenzo Antonino Di Buono fu Gaetano, Giuseppe Nobile fu Lorenzo, Giuseppe Sciortino fu Giovanni e Damiano Giuseppe Stimolo di Francesco. Il documento li identifica tutti nello stesso modo: nati e domiciliati a Castel di Lucio, di professione «fabbri ferrai». Non sappiamo chi impugnò la penna. Sappiamo però ciò che decisero. Volevano lavorare insieme.

Una società tra fabbri nella Castel di Lucio del 1926

L’atto stabilisce la costituzione di una società «allo scopo di aprire e tenere in esercizio» un’officina da fabbro. La sede viene individuata in un vano al pianterreno di una casa appartenente a uno dei quattro soci, Giuseppe Sciortino. Per l’utilizzo del locale gli altri avrebbero contribuito al pagamento di un affitto fissato in 185 lire l’anno. Anche la durata dell’accordo era definita con precisione: sei anni, dal 1° settembre 1926 al 31 agosto 1932.

Quella bottega sarebbe rimasta nella memoria dei castelluccesi con un nome capace, da solo, di restituire un frammento della geografia artigiana del paese: “a forgia du mienzu”, la forgia di mezzo. Una denominazione popolare nata dalla sua posizione rispetto alle altre due officine di fabbro ferraio già esistenti a Castel di Lucio. Più a monte, nel quartiere Santa Maria, lavorava la forgia della famiglia Tata, conosciuta come “a forgia di susu”, la forgia di sopra; più a valle, in piazza, si trovava invece quella della famiglia Campo, chiamata “a forgia di jusu”, la forgia di sotto.

La nuova officina venne aperta nel tratto intermedio dell’abitato, all’incirca di fronte al luogo in cui oggi si trova il bar Mammana. Fu così che la geografia del paese suggerì spontaneamente anche il suo nome: stretta tra la forgia di sopra e quella di sotto, per generazioni di castelluccesi divenne semplicemente “a forgia du mienzu”. Tre forge, dunque, che nel linguaggio popolare finirono per comporre una piccola mappa del paese: di sopra, di mezzo e di sotto. Una toponomastica del lavoro mai scritta sulle carte, ma rimasta impressa nella memoria collettiva.

È un dettaglio apparentemente marginale, ma proprio questi nomi tramandati oralmente permettono oggi di ricostruire la geografia sociale ed economica di un paese. Le botteghe non erano soltanto luoghi di lavoro: diventavano punti di riferimento, entravano nel linguaggio comune e finivano per identificare una parte dell’abitato.

Nel 1926 Castel di Lucio era ancora una comunità nella quale il lavoro artigiano aveva un peso concreto nell’economia quotidiana. La lavorazione del ferro battuto, ricordata anche dalle fonti istituzionali dedicate alla storia del centro nebroideo, figurava tra le attività un tempo fiorenti del paese.

Il fabbro, del resto, non era semplicemente l’uomo che costruiva cancelli o ferrava gli animali. In una società prevalentemente agricola e ancora scarsamente meccanizzata, dalla sua officina passava una parte essenziale della vita materiale della comunità: attrezzi per i campi, utensili, riparazioni, ferrature e oggetti destinati alle case e alle attività quotidiane. La forgia era dunque uno dei luoghi nei quali l’economia del paese prendeva concretamente forma, tra il fuoco, il ferro e il rumore ritmico del martello sull’incudine.

Ed è dentro questo mondo che, nel 1926, quattro fabbri di Castel di Lucio decisero di non lavorare ciascuno per proprio conto, ma di unire competenze, strumenti e futuro in una stessa officina. Una scelta che, letta a un secolo di distanza, racconta molto più della semplice apertura di una bottega.

Non soltanto soci: proprietari insieme degli strumenti di lavoro

Il contratto rivela un’organizzazione sorprendentemente precisa. Gli attrezzi sarebbero stati conferiti dai quattro soci «in rate di egual valore» e sarebbero diventati patrimonio comune per tutta la durata della società.

Alla conclusione dell’esperienza avrebbero dovuto essere nuovamente divisi in quote equivalenti, tenendo conto degli strumenti originariamente messi a disposizione da ciascuno. Dietro quelle poche righe c’è qualcosa che oggi rischiamo di non cogliere. Per un artigiano degli anni Venti gli utensili erano capitale.

Martelli, incudini, tenaglie, morse e tutto ciò che serviva alla lavorazione del ferro non erano semplicemente oggetti presenti nella bottega: rappresentavano la possibilità stessa di esercitare il mestiere. Metterli in comune significava quindi mettere insieme una parte importante del proprio patrimonio professionale. Era un investimento, ma soprattutto un atto di fiducia.

Mille lire per chi rompeva il patto

Poi il documento cambia tono. I quattro non si limitano a stabilire come lavorare insieme. Si preoccupano anche di ciò che potrebbe accadere se qualcuno decidesse di andarsene. La regola è severa. Durante i sei anni della società nessuno può abbandonare il gruppo per esercitare il mestiere di fabbro in un’altra officina di Castel di Lucio. È, nella sostanza, una clausola di non concorrenza scritta quasi un secolo fa. E la penale prevista fa capire quanto seriamente fosse considerato l’impegno assunto: mille lire.

Non basta. Chi avesse lasciato anticipatamente la società per continuare a esercitare il mestiere avrebbe dovuto lasciare anche la propria quota degli attrezzi, senza poterne ottenere immediatamente il controvalore. Un’eccezione era prevista per chi avesse deciso di cambiare mestiere o trasferire la propria residenza. In quel caso il socio avrebbe potuto recuperare il valore della propria quota.

La distinzione è significativa. Il problema, evidentemente, non era impedire a un uomo di cambiare vita. Era evitare che uno dei quattro utilizzasse esperienza, rapporti e clientela maturati insieme per trasformarsi nel concorrente degli altri tre. Parole scritte nel 1926, dinamiche che appartengono ancora al presente.

Quindici giorni di assenza, poi sette lire di multa

C’è poi il lavoro quotidiano. I quattro fabbri si impegnano a rispettare «scrupolosamente» l’orario e l’eventuale turno di riposo concordato. Anche qui le regole sono precise. Quando le assenze fuori dai turni stabiliti avessero superato complessivamente quindici giorni nell’arco dell’anno, sarebbe scattata una multa di sette lire per ogni giornata.

Il denaro non sarebbe finito nelle tasche di uno degli altri soci. Il documento specifica che il ricavato sarebbe andato «a beneficio comune». In quella formula apparentemente marginale c’è probabilmente uno degli aspetti più interessanti dell’intero atto. L’officina viene pensata come una piccola comunità economica nella quale il comportamento del singolo produce conseguenze per tutti. Ognuno deve fare la propria parte perché il lavoro di uno sostiene anche quello degli altri.

Se un socio si ammalava, gli altri continuavano a riconoscergli gli utili

Ma il contratto non conosce soltanto sanzioni. Conosce anche la solidarietà. Nel caso di un’assenza dovuta a cause di forza maggiore, tra le quali vengono indicate esplicitamente le «gravi malattie», il socio impossibilitato a lavorare avrebbe continuato a percepire regolarmente la propria quota degli utili. Fino a sessanta giorni.

È una disposizione che, letta cento anni dopo, merita attenzione. Non c’era una grande azienda alle spalle di quegli uomini. Non c’era un ufficio del personale. Non esisteva per loro il sistema di tutele che oggi associamo normalmente al lavoro dipendente. C’erano quattro fabbri. E quei quattro fabbri stabilirono che se uno di loro fosse stato seriamente impossibilitato a lavorare, per due mesi avrebbe continuato a partecipare agli utili prodotti dagli altri.

È difficile sapere quali ragionamenti accompagnarono quella scelta. Sarebbe sbagliato attribuire agli uomini del 1926 categorie sociali e giuridiche contemporanee. Ma il contenuto dell’accordo resta. La produttività aveva le sue regole. La concorrenza aveva le sue sanzioni. E la disgrazia personale aveva una protezione.

Una parola sorprende più delle altre: «carcere»

Nel testo compare persino una disposizione che oggi appare singolare. Tra le cause di forza maggiore vengono indicate, tra parentesi, «gravi malattie, carcere». Anche il socio finito in carcere, dunque, avrebbe potuto beneficiare per un periodo della quota degli utili.

Non sappiamo perché quella eventualità sia stata esplicitamente prevista. Qualsiasi spiegazione sarebbe, senza altri documenti, una congettura. Ed è proprio per questo che quella parola va lasciata lì, nella sua forza documentaria. Perché gli archivi sono preziosi anche quando pongono domande alle quali non sappiamo ancora rispondere.

Dietro quattro firme, un paese

Alla fine delle tre pagine arrivano le firme. Di Buono Lorenzo Antonino, Nobile Giuseppe, Sciortino Giuseppe, Stimolo Damiano Giuseppe.

Nomi che appartenevano alla normalità di Castel di Lucio e che un foglio sopravvissuto per un secolo sottrae, almeno per un momento, all’anonimato del tempo. Ed è forse questo il valore più grande del documento. La storia dei paesi viene spesso raccontata attraverso sindaci, sacerdoti, proprietari, personaggi illustri, guerre, monumenti e grandi avvenimenti. Molto più raramente attraverso chi ogni mattina apriva una bottega.

Eppure una comunità era fatta soprattutto di loro. Contadini, falegnami, calzolai, muratori, fabbri. Persone che difficilmente sarebbero finite nei libri di storia ma senza le quali quella storia non sarebbe materialmente esistita.

Il rumore del martello che non possiamo più sentire

Non sappiamo se l’officina abbia effettivamente funzionato per tutti i sei anni previsti dall’accordo. Non sappiamo se uno dei soci abbia abbandonato il gruppo, se siano mai state applicate le sette lire di multa per le assenze o, peggio, la penale da mille lire. Non sappiamo neppure quanti figli e nipoti di quei quattro uomini vivano ancora oggi a Castel di Lucio o altrove e conservino memoria di quella bottega. Sono domande che meriterebbero una ricerca negli archivi comunali, negli atti dello stato civile e, soprattutto, nella memoria delle famiglie.

Sappiamo invece dove fosse esattamente il vano a pianterreno appartenente a Giuseppe Sciortino e che il 6 giugno 1926 quattro fabbri di Castel di Lucio decisero che da soli avrebbero potuto lavorare, ma insieme avrebbero potuto costruire qualcosa di più stabile. Misero in comune gli strumenti, divisero responsabilità e utili, stabilirono regole per le assenze, si protessero dalla concorrenza reciproca e pensarono perfino a cosa sarebbe accaduto se uno di loro si fosse ammalato. Poi firmarono.

Quasi cento anni dopo il fuoco della loro forgia è spento, il ferro si è raffreddato e del rumore dei martelli non rimane nulla. Ma sono rimaste tre pagine. E qualche volta basta un foglio ingiallito perché un paese possa tornare, per pochi minuti, ad ascoltare il suono del proprio passato.

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