La Corte dei conti fotografa la situazione a fine 2025. Rallentano le nuove procedure, ma il risanamento resta difficile. Nei Nebrodi convivono criticità, progressi e dissesti finalmente chiusi.
In Sicilia più di un Comune su quattro è ancora impegnato a uscire da una crisi finanziaria. Al 31 dicembre 2025 erano 109 le amministrazioni con una procedura aperta: 70 dissesti e 39 riequilibri, su un totale di 391 Comuni. Nei territori interessati vivono oltre due milioni di persone. Il Messinese registra il numero più alto di enti coinvolti: 31.
È il quadro della relazione al Parlamento della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, diffusa il 2 ottobre e aggiornata alla fine del 2025. Una fotografia che mostra un rallentamento delle nuove crisi, ma anche quanto sia difficile riportare stabilmente in equilibrio i bilanci.
Per comprendere i dati bisogna distinguere i due strumenti. Il riequilibrio finanziario è un percorso pluriennale con cui il Comune cerca di recuperare gli squilibri attraverso maggiori entrate, riduzioni di spesa e interventi sulla gestione. Il dissesto riguarda una situazione più grave, nella quale l’ente non riesce a garantire le proprie funzioni e i servizi indispensabili oppure a far fronte ai debiti con gli strumenti ordinari. La gestione dei debiti pregressi viene affidata a un organo straordinario di liquidazione, mentre il Comune deve ricostruire condizioni sostenibili per la propria attività.
Il dato delle procedure ancora aperte va distinto da quello storico. Nel tempo, in Sicilia sono state attivate 266 procedure, riferite a 165 Comuni: alcuni enti hanno affrontato più volte il dissesto, il riequilibrio o entrambi. Questi numeri raccontano la diffusione e la ripetizione delle crisi, comprese quelle già concluse.
Il problema emerge soprattutto dall’esito dei tentativi di risanamento: secondo la relazione, il 61% delle procedure di riequilibrio avviate nell’Isola è sfociato, direttamente o attraverso successive riproposizioni, nel dissesto. In 79 Comuni è stata attivata più di una procedura. Palagonia arriva a cinque; Ispica, Santa Venerina, Scordia e Taormina a quattro. Una sequenza che segnala difficoltà profonde, capaci di ripresentarsi anche dopo anni.
Nel 2025 sono state avviate dodici nuove procedure. I cinque dissesti riguardano Campofelice di Roccella, Francavilla di Sicilia, Modica, Monterosso Almo e Santa Margherita di Belice. Nei primi quattro casi erano stati preceduti da tentativi di riequilibrio falliti. I sette nuovi riequilibri interessano invece Acate, Giarratana, Mineo, Montelepre, Pietraperzia, Portopalo di Capo Passero e San Giovanni La Punta. Nello stesso anno sono stati chiusi sette dissesti e tre riequilibri: segnali positivi che si inseriscono, però, in un quadro ancora fragile.
La dimensione economica è rilevante. Alle procedure attive la Corte associa una massa passiva complessiva di circa 2,07 miliardi di euro, comprendente le somme censite nei dissesti e nei piani di risanamento. È un indicatore della portata degli squilibri affrontati dalle amministrazioni, da distinguere dall’importo dei soli debiti ancora da pagare oggi.
Nella distribuzione territoriale, dopo i 31 Comuni del Messinese figurano Catania con 22 e Palermo con 18. Seguono Agrigento e Ragusa con otto ciascuna, Enna e Siracusa con sette, Caltanissetta con cinque e Trapani con tre.
Nel Messinese le procedure ancora aperte si dividono in 18 dissesti e 13 riequilibri, con il coinvolgimento del capoluogo, di importanti centri della fascia tirrenica e di numerosi piccoli paesi.
I 18 Comuni in dissesto sono: Barcellona Pozzo di Gotto, Capizzi, Francavilla di Sicilia, Graniti, Gualtieri Sicaminò, Itala, Malvagna, Milazzo, Militello Rosmarino, Moio Alcantara, Monforte San Giorgio, Oliveri, Pace del Mela, Roccalumera, Roccella Valdemone, San Fratello, Santa Domenica Vittoria e Terme Vigliatore.
I 13 Comuni in riequilibrio finanziario sono: Acquedolci, Capo d’Orlando, Falcone, Ficarra, Forza d’Agrò, Galati Mamertino, Librizzi, Messina, Patti, Sant’Agata di Militello, Sant’Alessio Siculo, Spadafora e Villafranca Tirrena.
Dietro questi elenchi ci sono percorsi differenti: amministrazioni ancora alle prese con difficoltà profonde, altre che stanno rispettando gli obiettivi di risanamento e altre ancora che hanno ottenuto l’approvazione del proprio piano.
Per Sant’Agata di Militello, la relazione ricostruisce il piano ventennale 2018-2037, predisposto per affrontare una massa passiva di circa 21,3 milioni di euro. Richiama inoltre una verifica della Corte del marzo 2023, riferita ai risultati del 2021: emergeva un miglioramento complessivo della situazione finanziaria, accompagnato però da criticità sui debiti fuori bilancio. Il riferimento temporale è essenziale: quella valutazione riguarda l’esercizio esaminato e mostra anche la distanza che può separare i fatti contabili dal loro controllo.
Per Acquedolci, il documento richiama invece una verifica del giugno 2024 sulla situazione a fine 2022, conclusa negativamente per gravi inadempimenti. Tra le criticità segnalate figuravano ritardi nei bilanci, difficoltà di cassa, problemi nella riscossione e un recupero del disavanzo inferiore a quello programmato.
Un segnale favorevole arriva da Ficarra. Nel controllo del novembre 2025, relativo ai risultati del 2024, la Corte ha riconosciuto il raggiungimento degli obiettivi intermedi e il ripiano anticipato della massa passiva per disavanzo e debiti fuori bilancio, pur risultando la procedura ancora attiva nella rilevazione di fine anno.
Nel 2025 sono stati inoltre chiusi i dissesti di Brolo e Tortorici, che pertanto non figurano tra i 31 Comuni con procedure ancora aperte alla fine dell’anno. Nello stesso periodo hanno ottenuto l’approvazione i piani di Capo d’Orlando, Librizzi, Patti e Villafranca Tirrena, passati alla fase di attuazione e verifica. L’approvazione rappresenta dunque una tappa del percorso, il cui esito dipende dal rispetto degli impegni assunti.
Un ostacolo trasversale è la lentezza delle istruttorie. La Corte descrive procedimenti che si prolungano per anni, con verifiche ministeriali e contabili sovrapposte e poco coordinate. Il caso di Sant’Alessio Siculo è emblematico: il piano 2016-2025 è stato approvato dalla Sezione regionale nell’aprile 2024, quando gran parte del periodo previsto per il risanamento era già trascorsa.
Intanto le amministrazioni devono continuare a erogare servizi e sostenere le spese quotidiane. Riscossioni insufficienti, debiti che emergono fuori dalla normale programmazione e difficoltà organizzative possono rendere fragile anche un piano formalmente approvato.
Per i cittadini, la crisi dei bilanci può tradursi in tributi più pesanti, minori risorse per manutenzioni e servizi, pagamenti più lenti alle imprese. È qui che si misura il valore del risanamento: nella capacità di incassare quanto previsto, pagare regolarmente e programmare senza accumulare nuovi squilibri.




