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Crisi Schifani, l’ipotesi del voto anticipato mette in bilico bilancio e pensioni dei nuovi deputati

La crisi tra Renato Schifani e Forza Italia rischia di coinvolgere l’intera Regione: la durata della legislatura, l’approvazione del prossimo bilancio e persino la maturazione dei requisiti pensionistici dei deputati regionali al primo mandato. Mentre nel partito si cerca una mediazione, l’ipotesi delle dimissioni del presidente porta il confronto su un terreno concreto: che cosa accadrebbe alla Sicilia se si tornasse alle urne prima del previsto?

Il punto di rottura è la candidatura alla presidenza della Regione per il 2027. Il commissario siciliano di Forza Italia, Nino Minardo, ha invocato «una proposta politica completamente nuova»: una posizione letta come una chiusura al secondo mandato di Schifani. Secondo la ricostruzione dell’Ansa, sul ripensamento dei vertici azzurri pesa anche l’inchiesta per corruzione che coinvolge Gaetano Armao, dimessosi dall’incarico di consigliere giuridico del governatore. Le responsabilità penali restano da accertare; sul piano politico, la vicenda ha alimentato la richiesta di rinnovamento.

Schifani ha annunciato una riflessione sulle decisioni da assumere e, nella serata del 6 ottobre, ha riunito i collaboratori e alcuni parlamentari a lui vicini. Ora Minardo propone un confronto a Roma con il presidente e il segretario nazionale Antonio Tajani. Nel primo pomeriggio del 7 ottobre, tuttavia, il vertice risulta ancora una proposta senza una data confermata. Secondo LiveSicilia, l’apertura al dialogo non comprende un ripensamento di Minardo sul bis del governatore.

La difficoltà politica sta proprio qui: trovare un’intesa per proseguire la legislatura mentre resta aperto il dissenso su chi dovrà guidare la coalizione alle prossime elezioni. Per Schifani, accettare questa prospettiva significherebbe continuare a governare senza la garanzia della ricandidatura.

Le eventuali dimissioni avrebbero effetti anche sull’Assemblea regionale. L’articolo 10 dello Statuto siciliano prevede, in questo caso, nuove elezioni contestuali del presidente e dell’Ars entro tre mesi. Il legame tra le due istituzioni impedisce di risolvere la crisi semplicemente scegliendo un altro governatore all’interno dell’attuale maggioranza.

La legge regionale 26 del 2020 disciplina i passaggi successivi: il presidente dell’Ars dichiara con decreto il conseguente scioglimento dell’Assemblea; le funzioni del presidente della Regione passano al vicepresidente, nei limiti dell’ordinaria amministrazione. La gestione della transizione, dunque, ha regole precise e non lascia al governo uscente la stessa libertà di iniziativa politica di un esecutivo nel pieno del mandato.

In questo scenario circola domenica 13 dicembre 2026 come possibile data del voto. È l’ipotesi riportata da LiveSicilia, non un appuntamento elettorale già fissato. Il calendario effettivo dipenderebbe dalla formalizzazione delle dimissioni e dagli atti di convocazione delle elezioni.

Il passaggio più delicato per cittadini, imprese e Comuni riguarda il bilancio del 2027. Una campagna elettorale a fine anno, seguita dall’insediamento delle nuove istituzioni, renderebbe più difficile approvare tempestivamente i documenti finanziari. Il bilancio stabilisce le risorse disponibili e la loro destinazione; la legge di stabilità contiene le misure che accompagnano quelle scelte. Ritardarle può rallentare nuovi interventi e programmi.

Occorre però chiarire il meccanismo: le dimissioni, da sole, non fanno scattare l’esercizio provvisorio. Il problema si porrebbe all’inizio del 2027 se il nuovo bilancio non fosse stato approvato entro il 31 dicembre. L’esercizio provvisorio richiede una legge che lo autorizzi e può durare, secondo la disciplina nazionale, al massimo quattro mesi. Senza l’autorizzazione, si ricadrebbe nella più restrittiva gestione provvisoria.

Durante l’esercizio provvisorio la Regione continuerebbe a funzionare, ma con margini di spesa limitati. In via generale, i nuovi impegni di spesa corrente devono rispettare quote mensili degli stanziamenti disponibili, i cosiddetti dodicesimi, con le eccezioni previste per spese obbligatorie, non frazionabili e per la continuità di determinati servizi. Per comprendere l’effetto pratico: le attività essenziali continuano, mentre diventa più difficile avviare nuove politiche di spesa.

L’incertezza riguarda anche la manovrina attualmente all’esame dell’Ars, cioè le modifiche al bilancio dell’anno in corso. Tra le misure il cui percorso potrebbe risentire della crisi figurano gli interventi per l’agricoltura e contro il caro carburanti. Il rischio è che il confronto politico rallenti l’approvazione o restringa il provvedimento alle disposizioni considerate più urgenti.

C’è poi il capitolo che tocca direttamente una parte dei parlamentari regionali: la maturazione del requisito previdenziale. Il regolamento vigente dell’Ars prevede, per la pensione, almeno cinque anni di mandato. Consente però di conteggiare come anno intero una frazione di almeno sei mesi e un giorno, con il versamento dei contributi dovuti per il periodo riconosciuto. Da qui la soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno.

Per i deputati al primo mandato dall’avvio di questa legislatura, la scadenza indicata nelle ricostruzioni giornalistiche è maggio 2027. La prima seduta dell’attuale Assemblea si è svolta il 10 novembre 2022. Un rinnovo dell’Ars già a dicembre 2026 arriverebbe quindi prima del raggiungimento di quella soglia. Le posizioni di chi è subentrato successivamente richiedono un calcolo individuale.

Raggiungere il requisito di durata non significa cominciare subito a incassare: per chi matura il solo quinquennio, l’età prevista è 65 anni. Dal 2012 il trattamento è calcolato con il sistema contributivo. Il rischio riguarda quindi il completamento del requisito con questo mandato; eventuali rielezioni e periodi già maturati incidono sulle singole posizioni. Non sarebbe corretto parlare di una perdita automatica e definitiva della pensione per tutti i deputati.

Sul piano politico, questo interesse economico può rendere meno conveniente il voto anticipato per chi deve ancora raggiungere la soglia. È una possibile conseguenza delle regole, non la prova che il tentativo di mediazione sia motivato dalle pensioni. Per attribuire una simile intenzione ai singoli parlamentari servirebbero elementi ulteriori.

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