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De Lucia: «Dal carcere i mafiosi continuano a comandare». L’allarme su cellulari, droni e armi da guerra

Non esiste più una “Cupola” capace di imporre una direzione unitaria come ai tempi di Totò Riina o Bernardo Provenzano. Cosa nostra, però, non è affatto scomparsa. Ha modificato la propria struttura, rafforzato i collegamenti tra i mandamenti, consolidato le alleanze nel traffico internazionale di droga e avviato una preoccupante corsa al riarmo.

È il quadro delineato dal procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Un intervento nel quale il magistrato è tornato anche sulle durissime dichiarazioni pronunciate nei giorni scorsi sul sistema penitenziario, sostenendo che le carceri rischiano di trasformarsi in luoghi dai quali i mafiosi continuano a impartire ordini e a gestire affari criminali.

«Il sistema carcerario non funziona»

Il punto più allarmante riguarda la disponibilità di telefoni cellulari all’interno degli istituti di pena. Secondo i dati illustrati da De Lucia, tra il 2025 e la prima metà del 2026, soltanto nelle carceri palermitane, sono stati individuati 297 apparecchi.

Un numero che comprende esclusivamente i dispositivi scoperti e sequestrati e che, quindi, potrebbe rappresentare soltanto una parte del fenomeno.

«Poche ore dopo essere entrati in carcere, ai mafiosi viene dato un telefono», ha affermato il procuratore, descrivendo una situazione che consentirebbe a numerosi detenuti di mantenere contatti con l’esterno, impartire disposizioni, gestire traffici illeciti e organizzare intimidazioni.

Nel carcere Pagliarelli, nel corso del 2025, sarebbero stati intercettati 26 telefoni destinati a essere introdotti anche attraverso l’impiego di droni. Nello stesso anno, all’Ucciardone, ne sarebbero stati recuperati 129, ai quali si aggiungono altri 47 apparecchi trovati nel primo semestre del 2026.

Il problema, secondo De Lucia, non riguarda il regime del 41-bis, che continua a rappresentare uno strumento efficace per isolare i vertici mafiosi. Le maggiori criticità interessano, invece, i detenuti collocati nei circuiti di alta o media sicurezza, perché non considerati formalmente capi dell’organizzazione.

Sono proprio questi soggetti, secondo il procuratore, a poter continuare con maggiore facilità a comunicare con l’esterno e a svolgere il proprio ruolo criminale.

La credibilità dello Stato e la lotta al racket

La presenza dei cellulari nelle carceri non rappresenta soltanto un problema di sicurezza. Rischia di compromettere la credibilità delle istituzioni e di indebolire il rapporto tra lo Stato e le vittime delle estorsioni.

«Come posso chiedere a un commerciante di denunciare il pizzo, se poi dal carcere possono ordinare di danneggiargli l’attività?», ha osservato De Lucia.

Il sistema di tutela delle vittime, ha spiegato il magistrato, è in grado di sostenere economicamente e materialmente gli imprenditori che denunciano. Tuttavia, la possibilità che gli autori delle estorsioni continuino a impartire ordini anche durante la detenzione rischia di rendere meno convincente l’invito a rivolgersi alle autorità.

Non si tratterebbe più di episodi isolati, ma di un fenomeno ormai strutturale, capace di condizionare la strategia di Cosa nostra sul territorio.

De Lucia ha inoltre precisato che le sue parole non devono essere interpretate come un attacco alla Polizia penitenziaria, chiamata a operare in condizioni estremamente difficili e con mezzi spesso insufficienti.

La nuova Cosa nostra senza un vertice unico

Nel corso dell’audizione, il procuratore ha descritto un’organizzazione mafiosa profondamente diversa rispetto al passato. Oggi non esisterebbe un vertice centrale riconosciuto, ma rimarrebbe molto intensa la capacità di dialogo tra i diversi mandamenti.

Una struttura orizzontale, meno visibile rispetto alla vecchia Commissione provinciale, ma non per questo meno pericolosa.

«Il vertice oggi non esiste, ma esiste una capacità estremamente pericolosa di colloquiare con i mandamenti sul territorio», ha spiegato De Lucia.

La rete non riguarderebbe soltanto Palermo. Le investigazioni più recenti avrebbero evidenziato una crescente collaborazione anche con la mafia agrigentina. Secondo il procuratore aggiunto Carlo Marzella, sarebbe emersa una sinergia tra le organizzazioni palermitane e agrigentine che non veniva registrata con tale intensità dai tempi di Bernardo Provenzano.

Un elemento che confermerebbe il carattere ancora unitario di Cosa nostra, nonostante l’assenza di una guida centrale.

Droga, estorsioni e alleanze internazionali

Per ricostruire la propria forza militare ed economica, Cosa nostra continua a puntare sui tradizionali canali di finanziamento: il traffico di sostanze stupefacenti e le estorsioni.

Nel narcotraffico, l’organizzazione siciliana dialoga con la ’ndrangheta, con la criminalità albanese e con le strutture che gestiscono le rotte provenienti dal Sudamerica.

Cosa nostra non esercita più il monopolio detenuto tra gli anni Cinquanta e i primi anni Novanta, ma conserva un marchio criminale ancora riconosciuto dai grandi cartelli internazionali.

La domanda di droga in Sicilia rimane elevata e il mercato locale continua a essere controllato in larga parte dalle famiglie mafiose. Le indagini concluse nel 2025 avrebbero documentato l’esistenza di più organizzazioni impegnate nell’approvvigionamento di stupefacenti dalla Calabria e da Roma, con collegamenti sempre più strutturati tra Palermo e Agrigento.

Il denaro ricavato dalla droga, secondo gli inquirenti, viene utilizzato per finanziare l’organizzazione, sostenere le famiglie dei detenuti e ricostruire quello che De Lucia ha definito l’“esercito” di Cosa nostra.

L’allarme per le armi da guerra

Uno dei passaggi più preoccupanti dell’audizione ha riguardato l’arsenale di cui la mafia siciliana starebbe cercando di dotarsi. Le indagini avrebbero rilevato tracce dell’utilizzo di fucili d’assalto AK-47 e consentito il ritrovamento di ordigni esplosivi ad alto potenziale. Le armi proverrebbero dall’area balcanica e sarebbero giunte in Sicilia attraverso canali attivi nel Salento.

Si tratterebbe, in parte, di materiale bellico risalente ai conflitti nella ex Jugoslavia. Ma l’attenzione degli investigatori è rivolta anche ai nuovi mercati generati dalle guerre attualmente in corso.

Secondo quanto riferito da alcuni collaboratori di giustizia, Cosa nostra avrebbe manifestato interesse per strumenti ancora più sofisticati. Tra questi figurerebbero anche droni capaci di trasportare e sganciare ordigni.

«Abbiamo segnali del tentativo di acquistare droni lanciamine, rispetto ai quali al momento non siamo preparati a difenderci», ha avvertito De Lucia.

L’impiego del kalashnikov, ha aggiunto, sarebbe ormai divenuto un metodo ricorrente di intimidazione non soltanto a Palermo, ma anche in provincia di Agrigento, territorio nel quale la scarsità di collaboratori di giustizia rende più difficile ricostruire i nuovi equilibri criminali.

L’eredità e il patrimonio di Matteo Messina Denaro

Ampio spazio è stato dedicato alle indagini sulla rete di protezione e sugli interessi economici riconducibili a Matteo Messina Denaro. Nei trent’anni di latitanza, il boss trapanese sarebbe stato sostenuto da persone e ambienti diversi, capaci di garantirgli protezione, assistenza e collegamenti. Diciotto soggetti sono stati arrestati e alcuni di loro hanno già riportato condanne definitive.

La cattura del boss e l’acquisizione di nuova documentazione hanno tuttavia aperto ulteriori filoni investigativi. Una parte dell’audizione è stata secretata proprio nel momento in cui De Lucia ha iniziato a riferire sulle attività ancora in corso.

L’attenzione degli investigatori è concentrata soprattutto sull’enorme patrimonio accumulato e trasferito all’estero.

Messina Denaro, secondo De Lucia, aveva sviluppato un rapporto particolarmente evoluto con il mondo economico e finanziario, differente da quello della generazione di Riina e Provenzano. Al centro della sua strategia vi sarebbero stati l’accumulo di capitali, il riciclaggio e il reinvestimento in attività formalmente lecite.

Le indagini riguarderebbero somme e beni di valore «oggettivamente enorme», superiori ai circa 200 milioni di euro individuati alla fine di maggio tra società estere, investimenti e patrimoni nascosti.

Il boss avrebbe percepito una quota pari al 10 per cento degli investimenti realizzati in diversi Paesi europei e in Libano. La rete finanziaria è stata ricostruita attraverso la collaborazione con sette Stati e con altrettante autorità giudiziarie, arrivando a individuare beni e disponibilità anche a Monte Carlo e nel Liechtenstein.

La fase più complessa, ha sottolineato il procuratore, sarà ottenere il rientro in Italia dei patrimoni sequestrati o individuati all’estero.

Le ricerche del latitante Giovanni Motisi

Dopo la morte di Matteo Messina Denaro, uno dei principali latitanti ricercati rimane Giovanni Motisi. Le attività investigative per localizzarlo proseguono senza sosta. De Lucia ha tuttavia chiarito che Motisi non può essere considerato il capo attuale di Cosa nostra, proprio perché l’organizzazione, allo stato, non dispone di una leadership unica riconosciuta.

Il pericolo risiede piuttosto nella capacità dei mandamenti di comunicare, coordinare gli affari e costruire strategie comuni senza la necessità di una guida centrale.

Più magistrati alla Procura di Palermo

De Lucia ha infine affrontato il tema delle risorse a disposizione della Procura di Palermo. Durante la precedente audizione in Commissione antimafia, nel luglio 2023, il procuratore aveva denunciato la mancanza di 14 sostituti procuratori e la quasi totale assenza dei procuratori aggiunti.

Da allora l’organico è stato sensibilmente rafforzato. In tre anni sono arrivati 21 nuovi magistrati e, attualmente, resterebbero scoperti soltanto tre posti da sostituto procuratore.

La Procura è organizzata in tre aree territoriali dedicate a Palermo, Trapani e Agrigento, alle quali si aggiungono una struttura specializzata nelle indagini sul terrorismo e un’altra impegnata nel settore delle misure di prevenzione.

Un rafforzamento importante, ma chiamato a confrontarsi con una mafia che ha abbandonato la struttura rigida del passato, ha investito nella tecnologia e continua a trovare nuovi strumenti per esercitare il proprio potere anche dall’interno delle carceri.

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