spot_img
spot_img

Il potere nomina e poi si chiama fuori: il caso Armao e le responsabilità che nessuno vuole

Dalla Cts alla Motorizzazione, dalla Sas al Fondo pensioni: vicende diverse interrogano la politica sulla scelta dei vertici e sull’efficacia dei controlli. La presunzione d’innocenza va rispettata. Il dovere di rendere conto, anche.

In Sicilia il momento più difficile, per chi governa, sembra arrivare quando deve spiegare perché ha scelto qualcuno. Finché gli incarichi producono prestigio, le nomine testimoniano lungimiranza, tutto va bene. Quando arrivano le inchieste, quelle stesse persone diventano improvvisamente lontane, autonome, quasi estranee al palazzo che aveva affidato loro responsabilità e fiducia.

Il caso Gaetano Armao riporta al centro questa contraddizione. La magistratura dovrà accertare se le accuse di corruzione siano fondate. La politica, intanto, dovrebbe spiegare come seleziona i propri uomini, quali verifiche compie e come controlla l’esercizio delle funzioni che assegna. Sono domande che possono essere poste subito, senza aspettare una sentenza e senza anticiparla.

Il presidente della Regione Renato Schifani, intervenendo sull’inchiesta, ha richiamato correttamente la presunzione di non colpevolezza. Ha però aggiunto che la vicenda non avrebbe «nulla a che fare con l’attività del governo regionale». È questa seconda affermazione a richiedere una spiegazione.

L’estraneità a un’ipotesi di reato e la responsabilità di una scelta politica sono questioni diverse. Nessuno può attribuire automaticamente a un presidente le eventuali condotte illecite di un collaboratore. Ma un presidente deve rispondere delle ragioni per cui quel collaboratore è stato scelto e delle garanzie poste a tutela dell’amministrazione.

Armao, del resto, aveva incarichi dentro quel sistema istituzionale. Era stato alla guida della Commissione tecnica specialistica, chiamata a esprimere pareri sulle valutazioni ambientali, ed era consigliere giuridico del governatore. Il primo incarico era terminato il 9 agosto; dal secondo si è dimesso dopo l’emersione dell’inchiesta, dichiarando di voler tutelare le istituzioni. Ha respinto le contestazioni, annunciando che ne dimostrerà l’infondatezza e sottolineando la natura collegiale delle decisioni della Cts.

Sono argomenti che meritano di essere riportati e valutati. Restano però aperte le domande sull’organizzazione degli uffici, sulla concentrazione degli incarichi e sui rapporti tra funzioni pubbliche e interessi privati.

La Procura di Palermo ha chiesto per Armao la custodia cautelare in carcere. Una richiesta sulla quale deve pronunciarsi il giudice, non un arresto già disposto né, tantomeno, un accertamento di colpevolezza. Le contestazioni investono tre ambiti nei quali le decisioni regionali hanno un peso rilevante: energia, rifiuti e sanità.

Secondo la ricostruzione accusatoria, una consulenza da circa 147 mila euro affidata all’avvocato Pietro Luigi Matta avrebbe mascherato pagamenti destinati ad Armao per favorire pratiche del gruppo Cva. Un secondo episodio riguarda la Seap Bio Energy e il progetto di una piattaforma per il trattamento dei rifiuti e la produzione di biometano e compost ad Aragona. Il terzo coinvolge la Samo: dietro un pagamento di seimila euro, Armao avrebbe esercitato pressioni sull’allora dirigente della Pianificazione strategica sanitaria, Salvatore Iacolino, per ostacolare l’ingresso di nuovi operatori concorrenti nel settore dell’assistenza.

Sono ipotesi investigative, contestate dall’ex assessore. Ma descrivono presunti interventi nei procedimenti e negli uffici regionali, anche attraverso il ruolo di esperto del presidente. Proprio per questo liquidare ogni questione politica con una dichiarazione di estraneità appare insufficiente.

Il problema riguarda anche il percorso che ha portato Armao a cumulare tanta influenza. Assessore con Raffaele Lombardo, vicepresidente e assessore all’Economia con Nello Musumeci, candidato alla presidenza della Regione nel 2022 contro Schifani, è poi tornato a ricoprire incarichi sotto il governo del suo ex avversario.

Un passaggio politicamente legittimo, naturalmente. Ma proprio la legittimità delle nomine impone di illustrarne le ragioni: quali competenze le hanno motivate, quali risultati le hanno sostenute, quali strumenti hanno garantito l’indipendenza delle funzioni affidate. La fiducia personale può spiegare una scelta; da sola, non basta a giustificare tutto ciò che segue.

Altre vicende, profondamente diverse sul piano giudiziario e amministrativo, pongono interrogativi analoghi.

Angelo Pizzuto era arrivato alla Motorizzazione di Palermo con il compito di riportare ordine in un ufficio segnato dagli scandali. Nell’aprile 2026 gli era stato notificato un sequestro nell’ambito dell’indagine sulla presunta appropriazione di 138 mila euro dalle casse dell’Automobile Club Palermo. Era rimasto al suo posto. A settembre è arrivato l’arresto per corruzione, in un’altra vicenda: secondo gli investigatori, 5.500 euro sarebbero stati il compenso per favori legati agli esami delle patenti. Pizzuto respinge gli addebiti.

Per completezza, va ricordato che il precedente processo relativo alla missione in Canada si era concluso in appello con la sua assoluzione. Una vicenda chiusa in quel modo non può essere riutilizzata come prova di una colpevolezza permanente.

Resta una domanda precisa sulla gestione dell’incarico: dopo il provvedimento di aprile, quali valutazioni furono compiute sulla permanenza alla guida della Motorizzazione? Quali cautele vennero considerate? Chiedere una risposta significa verificare come funziona l’amministrazione. La scelta di confermare la fiducia merita una motivazione pubblica, soprattutto quando riguarda un dirigente chiamato a risanare un ufficio.

La vicenda di Mauro Pantò porta invece sul terreno delle partecipate e del reclutamento politico. L’ex candidato della Dc lasciò la presidenza della Sas nel marzo 2026, mentre la società era attraversata dalle polemiche sulle assunzioni delle categorie protette, sui legami tra alcuni beneficiari e ambienti politici e sulle scelte gestionali. Pantò rivendicò i risultati raggiunti dall’azienda; la commissione regionale Antimafia aveva avviato approfondimenti sulla sua attività.

Pochi mesi dopo, il suo nome compariva nel progetto politico di Cateno De Luca. Anche qui, la domanda è politica: quale valutazione dell’esperienza alla Sas ha accompagnato quella scelta? Chi promette di cambiare i criteri di selezione della classe dirigente deve spiegare come li applica quando accoglie figure provenienti dagli assetti che critica. Il cambiamento si misura anche nella capacità di motivare un ingresso, affrontando le questioni rimaste aperte.

C’è poi Filippo Nasca, presidente del Consorzio per le autostrade siciliane, indagato per una vicenda relativa al Fondo pensioni regionale. Secondo l’accusa, avrebbe anticipato al broker Angelo Lojacono la bozza di un bando per l’affidamento della gestione patrimoniale. La procedura fu pubblicata il 7 aprile 2025; le conversazioni esaminate dagli investigatori risalgono ai mesi precedenti. Anche in questo caso, l’ipotesi investigativa deve essere sottoposta al vaglio giudiziario.

Sul Cas gravano, separatamente, problemi amministrativi che toccano direttamente gli automobilisti. Il ministero delle Infrastrutture aveva fissato al 3 ottobre il termine per avviare gli interventi urgenti di mitigazione del rischio sulla A18 e sulla A20, prospettando conseguenze sulla circolazione in assenza delle necessarie condizioni di sicurezza.

Un’altra inchiesta, della Dda di Messina, ha inoltre riguardato presunti subappalti illeciti e lavori difformi negli interventi autostradali, con contestazioni relative agli impianti di illuminazione delle gallerie e ai materiali impiegati sui cavalcavia. Nasca non risulta accusato in questo filone, che non va confuso con l’indagine sul Fondo pensioni. Sul piano amministrativo, tuttavia, il tema dei controlli resta inevitabile: chi verificava le lavorazioni, come venivano rilevate le difformità, quali conseguenze producevano?

Accostare queste storie ha senso soltanto mantenendone chiare le differenze. Non dimostrano l’esistenza di un’unica trama criminale. Consentono però di interrogare un metodo di governo nel quale ricorrono incarichi fiduciari, passaggi tra enti e ricollocazioni politiche, mentre diventa difficile ottenere spiegazioni puntuali sui criteri adottati.

È qui che governo, Parlamento e opposizioni dovrebbero concentrare il lavoro: rendere verificabili le nomine, ricostruire le responsabilità amministrative, valutare l’efficacia dei controlli. Anche la commissione Antimafia può contribuire, nei limiti delle proprie competenze, senza sovrapporsi alla magistratura e senza selezionare i casi secondo la convenienza del momento. Chi ha deciso, sulla base di quali elementi, con quali verifiche successive. L’alternativa è una politica che rivendica ogni nomina come un successo e tratta ogni problema come un incidente altrui.

La presunzione d’innocenza tutela le persone dall’essere condannate prima di un processo. Non esonera chi governa dal rendere conto delle proprie scelte.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles