Un nuovo capitolo si apre sul giallo mai risolto dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, il diario in cui il magistrato siciliano annotava pensieri, intuizioni e spunti investigativi cruciali nei giorni che precedettero la strage di via D’Amelio. A distanza di oltre trent’anni dall’attentato del 19 luglio 1992, la procura di Caltanissetta riaccende i riflettori su un possibile snodo rimasto nell’ombra: l’ex procuratore nisseno Giovanni Tinebra.
Nei giorni scorsi, i carabinieri del Ros hanno eseguito perquisizioni in tre abitazioni riconducibili a Tinebra, due nella provincia di Caltanissetta e una ad Acicastello, nel Catanese. Setacciata anche una cassetta di sicurezza bancaria in uso all’ex magistrato, morto nel 2017, che è stata trovata vuota. Gli accertamenti, disposti dalla procura di Caltanissetta, si inseriscono nell’ambito di un’indagine più ampia che punta a far luce non solo sulla dinamica della strage, ma anche sul cosiddetto “grande depistaggio”, definito in più sedi giudiziarie come il più grave nella storia repubblicana.
A guidare la procura nissena negli anni immediatamente successivi alla strage era proprio Tinebra. Sotto la sua direzione venne costruita la falsa verità giudiziaria imperniata sulla figura del “pentito” Vincenzo Scarantino, rivelatasi in seguito totalmente artefatta. Secondo diverse ricostruzioni, a orchestrare quella manovra fu Arnaldo La Barbera, allora capo della squadra mobile di Palermo, morto nel 2002. Ed è proprio il legame tra Tinebra e La Barbera che ora i magistrati cercano di indagare nuovamente.
In un documento rimasto finora fuori dal circuito investigativo, datato 20 luglio 1992, La Barbera scrive: “In data odierna, alle 12, viene consegnato al dr. Tinebra, uno scatolo in cartone contenente una borsa in pelle ed una agenda appartenenti al giudice Borsellino”. La nota, priva della controfirma di ricezione da parte di Tinebra, non era mai stata trasmessa alla procura nelle indagini precedenti, né venne mai citata da La Barbera nelle sue testimonianze. Un dettaglio che ora assume un peso cruciale.
Gli inquirenti non sono riusciti a stabilire se quella consegna sia effettivamente avvenuta e, soprattutto, se l’agenda fosse quella rossa o semplicemente quella ordinaria, che è stata effettivamente ritrovata. Tuttavia, viene sottolineato che la borsa di Borsellino, prelevata in via D’Amelio il 19 luglio sera, risulta essere finita nella disponibilità di La Barbera, che avrebbe quindi avuto il tempo necessario per estrarne o fotocopiarne il contenuto. Da quel momento, dell’agenda rossa si perde ogni traccia.
Il caso ha riportato in luce anche i presunti legami di Giovanni Tinebra con ambienti della massoneria. Alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Gioacchino Pennino, hanno raccontato sin dagli anni Novanta dell’esistenza di una loggia coperta a Nicosia, città in cui Tinebra ha operato come magistrato per oltre vent’anni. Secondo queste testimonianze, si trattava di una struttura che sarebbe sorta sulle ceneri della P2, con lo scopo di infiltrarsi nelle istituzioni e creare una rete di potere parallelo.
Sospetti, documenti, silenzi e connessioni occulte: elementi che continuano ad alimentare il mistero sull’agenda rossa e a sollevare interrogativi inquietanti sul destino di un documento che, con ogni probabilità, conteneva le chiavi per comprendere la vera portata degli intrecci tra mafia, pezzi deviati dello Stato e poteri invisibili.
Oggi, mentre la procura di Caltanissetta scava ancora, resta intatta la domanda che ha attraversato oltre tre decenni: chi aveva interesse a far sparire le ultime parole scritte da Paolo Borsellino?




