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Omicidio di Giuseppe Di Dio, fissata al 23 luglio l’udienza sul rito abbreviato per i tre imputati

Si terrà il prossimo 23 luglio, davanti al Gip del Tribunale di Enna Giuseppe Noto, l’udienza in camera di consiglio chiamata a decidere sull’eventuale ammissione al rito abbreviato richiesto dalla difesa dei tre imputati coinvolti nell’omicidio di Giuseppe Di Dio, il sedicenne ucciso la sera del 1° novembre 2025 durante una sparatoria avvenuta nella centralissima via Roma a Capizzi.

Il giudice, nel corso dell’udienza odierna, ha emesso il decreto di fissazione per valutare la richiesta avanzata dall’avvocato Felice Lo Furno, del Foro di Nicosia, difensore di Giacomo Frasconà Filaro, 20 anni, del padre Antonio Frasconà Filaro, 49 anni, e del fratello Mario Frasconà Filaro, 19 anni.

La richiesta riguarda l’accesso al rito abbreviato cosiddetto “secco”, procedimento speciale che prevede la definizione del processo allo stato degli atti e che, in caso di condanna, comporta una riduzione della pena pari a un terzo.

Dal giudizio immediato alla richiesta di rito abbreviato

Nei confronti dei tre imputati la Procura di Enna, attraverso il pubblico ministero Salvatore Interlandi, aveva chiesto il giudizio immediato sulla base del quadro indiziario raccolto nel corso delle indagini. Il procedimento è incardinato davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, competente per i delitti di omicidio provenienti dal distretto giudiziario ennese.

Secondo l’impostazione accusatoria, i tre componenti della famiglia Frasconà Filaro avrebbero agito in concorso tra loro. Giacomo Frasconà Filaro è indicato come l’autore materiale degli spari che causarono la morte del giovane studente, mentre il padre Antonio e il fratello Mario sono accusati di concorso materiale e morale per averlo accompagnato sul luogo della sparatoria e condiviso la condotta criminosa contestata dagli inquirenti.

La ricostruzione dell’accusa

L’inchiesta della Procura ha ricostruito una spedizione punitiva maturata dopo precedenti contrasti con un altro giovane del paese. Secondo gli investigatori, Giuseppe Di Dio non sarebbe stato il bersaglio degli spari. I colpi sarebbero stati infatti diretti verso il ventiquattrenne Giuseppe Novembre di Capizzi, rimasto illeso, mentre uno dei proiettili raggiunse mortalmente il sedicenne e un altro ferì gravemente un ventiduenne a una gamba.

Per questo motivo, oltre all’accusa di omicidio volontario in concorso, il pubblico ministero contesta ai tre imputati anche il tentato omicidio del presunto destinatario dell’azione armata.

Nel capo d’imputazione figurano inoltre le accuse di lesioni personali aggravate, detenzione illegale di arma clandestina, porto abusivo di arma in luogo pubblico, detenzione abusiva di munizioni e ricettazione.

L’arma utilizzata è una pistola Mauser calibro 6,35 con matricola abrasa, sequestrata nel corso delle indagini. Gli accertamenti balistici eseguiti dai carabinieri del RIS di Messina hanno consentito di collegare l’arma ai colpi esplosi quella sera.

Le prove raccolte dagli investigatori

Nel fascicolo della Procura sono confluite numerose testimonianze raccolte tra i presenti in via Roma la sera della tragedia, quando decine di giovani affollavano il centro del paese. Sono stati acquisiti anche gli esiti dell’autopsia eseguita dal medico legale Giuseppe Ragazzi, le consulenze balistiche, le analisi sui dispositivi elettronici delle persone coinvolte e gli approfondimenti investigativi svolti dai carabinieri della Compagnia di Mistretta e della Stazione di Capizzi.

Secondo gli esiti medico-legali, il proiettile che provocò la morte di Giuseppe Di Dio lo raggiunse al collo, con fuoriuscita dalla cavità orale. Nonostante la gravissima ferita, il giovane, con l’aiuto dei presenti, riuscì a raggiungere la vicina guardia medica, dove però morì poco dopo a causa della massiccia emorragia provocata dalla lesione. Nei giorni successivi, i militari del RIS rinvennero nei pressi del luogo della sparatoria l’ogiva del proiettile ritenuto compatibile con quello che lo colpì mortalmente.

La strategia della difesa

La difesa punta ora non solo ai benefici premiali previsti dal rito abbreviato, ma anche a una diversa qualificazione giuridica della condotta contestata, soprattutto per quanto riguarda la posizione di Giacomo Frasconà Filaro.

L’avvocato Lo Furno sostiene, infatti, che i colpi d’arma da fuoco non fossero destinati a Giuseppe Di Dio, bensì a un altro soggetto, Giuseppe Novembre, ovvero la persona che, insieme al padre, avrebbe poco prima aggredito e malmenato l’imputato. Secondo la ricostruzione difensiva, tra quest’ultimo e l’uomo in questione esistevano già precedenti contrasti, circostanza che avrebbe contribuito ad alimentare la tensione sfociata nei fatti oggetto del processo. L’episodio, pertanto, si sarebbe inserito nel contesto di una reazione a un pestaggio subito dall’imputato nell’immediatezza degli eventi, una circostanza emersa già nelle prime fasi dell’inchiesta.

Resta invece ferma la posizione dell’accusa, secondo cui la condotta posta in essere dagli imputati presenta tutti gli elementi per sostenere le contestazioni formulate dalla Procura.

Le parti civili

Tra le persone offese figurano, oltre al ventiduenne rimasto ferito e al ventiquattrenne che sarebbe stato il destinatario degli spari, i familiari di Giuseppe Di Dio.

I congiunti della vittima hanno già manifestato la volontà di costituirsi parte civile nel procedimento, assistiti dall’avvocato Giovanni Palermo del Foro di Enna, e hanno nominato propri consulenti tecnici per seguire le varie fasi processuali.

L’udienza del 23 luglio rappresenterà dunque un passaggio decisivo per il futuro del procedimento, poiché il Gip sarà chiamato a stabilire se sussistano i presupposti per l’accesso al rito abbreviato e, conseguentemente, per la definizione del processo con il giudizio allo stato degli atti.

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