Otto giovani su dieci lasciano la Sicilia: scappano dall’idea che nulla possa cambiare

Ogni generazione siciliana ha conosciuto l’emigrazione. I nostri nonni partivano per il Nord Italia, la Germania, il Belgio. I nostri padri cercavano opportunità nelle grandi città. Oggi a partire sono laureati, tecnici specializzati, professionisti, ricercatori e giovani imprenditori.

La differenza, però, è che questa volta non si tratta soltanto di una questione economica. Il dato più inquietante emerso dall’indagine di ORA! Sicilia non è che molti giovani vogliano andare via. È che il 73% pensa spesso o sempre che le cose non cambieranno mai e che l’81% non si aspetta miglioramenti nei prossimi dieci anni.

È una differenza sostanziale. Si può lasciare una terra per inseguire un’opportunità e continuare ad amarla profondamente. Quando però si smette di credere che quella terra possa cambiare, il problema diventa molto più profondo.

Non manca soltanto il lavoro

Una lettura superficiale porterebbe a concludere che i giovani se ne vadano semplicemente perché manca il lavoro. L’indagine racconta una realtà più complessa. Tra le principali motivazioni emergono l’assenza di prospettive di carriera, il mancato riconoscimento del merito e la percezione di un sistema ancora condizionato da logiche clientelari. In altre parole, molti giovani non contestano soltanto la scarsità delle opportunità disponibili, ma anche il modo in cui queste vengono distribuite.

È una percezione che attraversa territori, professioni e livelli di istruzione. E proprio quest’ultimo dato merita particolare attenzione: più cresce il livello di formazione, più diminuisce la fiducia nella possibilità di costruire un futuro in Sicilia. È un paradosso che pesa come un macigno. L’Isola investe nella formazione dei propri talenti e poi li vede partire. Si produce capitale umano che genera innovazione, crescita e ricchezza altrove.

La Sicilia dei due racconti

Su questo tema convivono oggi due narrazioni contrapposte. Da una parte ci sono i giovani che denunciano immobilismo, lentezze burocratiche, difficoltà ad affermarsi e scarsa valorizzazione delle competenze. Dall’altra ci sono le istituzioni regionali che rivendicano investimenti, infrastrutture, opere pubbliche, incentivi alle imprese e programmi di sviluppo.

Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità. Negli ultimi anni la Sicilia ha beneficiato di risorse senza precedenti tra Pnrr, fondi europei e investimenti infrastrutturali. Molti cantieri sono stati avviati, numerose opere finanziate e alcuni comparti mostrano segnali di crescita. Eppure questi risultati non sembrano ancora aver modificato la percezione di una larga parte delle nuove generazioni.

Il messaggio lanciato dal presidente della Regione, Renato Schifani, va letto proprio in questa chiave. Il governatore riconosce che il dato non può essere ignorato e invita i giovani a giudicare i fatti più che le parole. Una risposta istituzionalmente doverosa. Ma resta aperta una domanda cruciale: perché investimenti e annunci non stanno ancora generando fiducia?

Il problema della credibilità

La risposta potrebbe essere più semplice di quanto sembri. I giovani non misurano il cambiamento attraverso i comunicati stampa o i numeri dei bilanci regionali. Lo misurano nella loro esperienza quotidiana. Quando partecipano a una selezione. Quando cercano un impiego qualificato. Quando provano ad avviare un’impresa. Quando devono decidere se restare o accettare un contratto a Milano, Bologna o all’estero. La fiducia non nasce dalle promesse. Nasce dall’esperienza concreta. E se per anni quella esperienza ha raccontato una storia diversa, servono risultati tangibili e visibili per invertire la percezione collettiva.

Una questione che riguarda tutti

Ridurre il tema a uno scontro politico sarebbe un errore. La fuga dei giovani non è un problema della destra o della sinistra. È un problema della Sicilia. Ogni laureato che parte rappresenta un investimento collettivo che produrrà valore altrove. Ogni professionista che lascia l’Isola riduce la capacità competitiva del territorio. Ogni giovane che rinuncia a costruire qui il proprio futuro impoverisce il tessuto economico, sociale e culturale delle comunità locali.

Il fenomeno appare ancora più evidente nelle aree interne e nei piccoli comuni, dove lo spopolamento sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti e rischia di compromettere la sopravvivenza stessa di interi territori.

La sfida più difficile

La politica può costruire strade, finanziare imprese, realizzare infrastrutture e attrarre investimenti. Molto più difficile è ricostruire la fiducia. Ed è proprio questa la sfida che emerge con forza dal sondaggio. Perché i giovani siciliani non sembrano aver smesso di amare la loro terra. Le parole raccolte dall’indagine — «bellissima», «potenziale», «ti amo», «mi dispiace» — raccontano esattamente il contrario. Non c’è indifferenza. C’è delusione.

Ed è forse questa l’immagine più significativa della Sicilia contemporanea: una generazione che continua ad amare profondamente la propria terra ma che fatica sempre di più a immaginare il proprio futuro al suo interno.

Se le istituzioni riusciranno a trasformare gli investimenti in opportunità concrete, visibili e accessibili, la tendenza potrà essere invertita. Se invece continuerà ad allargarsi la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che viene vissuto quotidianamente dai cittadini, il rischio è che la vera emorragia non sia soltanto quella demografica. Sarà quella della fiducia. E una terra perde il proprio futuro molto prima di perdere i propri abitanti.

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