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Ponte sullo Stretto, nuova bocciatura della Corte dei Conti: dubbi su gara, costi e regole Ue

Un’altra frenata sul Ponte sullo Stretto di Messina. Dopo la bocciatura della delibera del Cipess, arriva anche quella della Corte dei Conti, che ha messo sotto la lente la convenzione e l’intera procedura scelta dal governo per realizzare l’opera. Il verdetto, nero su bianco in un documento di 40 pagine, è chiaro: troppe incertezze, troppi rischi giuridici e conti che, a oggi, non tornano.

Il punto più delicato riguarda la mancata nuova gara d’appalto. Secondo i giudici contabili, la decisione di “riesumare” e aggiornare una vecchia aggiudicazione potrebbe esporre lo Stato a ricorsi legali e persino a una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea.

Il problema dei costi: opera finanziata o no?

Il governo sostiene che il Ponte sia ormai finanziato. Ma per la Corte dei Conti, stabilirlo con certezza è impossibile. Molte spese, infatti, sono state rinviate alla fase di progettazione esecutiva, che non esiste ancora ed è stata suddivisa in più passaggi successivi. Un nodo tutt’altro che secondario, soprattutto perché anche lo stesso esecutivo ha recentemente fatto un passo indietro: con un emendamento alla Legge di Bilancio, i 780 milioni previsti per il 2025 sono stati rinviati, spostando in avanti una parte importante delle risorse.

Le regole europee sugli appalti

Tra i rilievi della Corte c’è anche l’assenza, nella convenzione tra il Ministero dei Trasporti e la società Stretto di Messina, di clausole che tutelino lo Stato in caso di inadempimenti del concedente, cioè lo stesso ministero. Ma il vero cuore della critica resta il rispetto delle norme europee sulla concorrenza. La normativa Ue consente di modificare un contratto senza una nuova gara solo entro certi limiti: il prezzo non può aumentare oltre il 50 per cento rispetto all’importo iniziale, e le modifiche non devono servire ad aggirare le regole. Secondo i giudici, senza una progettazione esecutiva completa è impossibile sapere se questo limite verrà rispettato oppure no.

La posizione del governo

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, difende la scelta dell’esecutivo: l’aggiornamento del contratto, sostiene il governo, non sarebbe una vera modifica, ma un semplice adeguamento dei prezzi all’aumento dei costi di materiali e lavorazioni, diventati ormai obsoleti. L’unica vera novità progettuale, ammette l’esecutivo, riguarda alcuni nuovi lavori indicati dal progettista. Ma anche in questo caso la quantificazione definitiva è rinviata alla fase esecutiva. La società Stretto di Messina ha accantonato circa 800 milioni di euro in modo forfettario, una cifra che per il governo può bastare. Per la Corte dei Conti, invece, la progettazione esecutiva è un passaggio «essenziale e indispensabile» per capire quanto costerà davvero il Ponte.

Da project financing a opera pubblica

C’è poi un altro aspetto che preoccupa i giudici: il cambiamento radicale del modello economico. In origine, il Ponte doveva essere finanziato in parte da capitali privati (circa il 40 per cento). Oggi, invece, l’opera sarebbe interamente a carico dello Stato. Un cambiamento che potrebbe penalizzare altre imprese che, in passato, non avevano partecipato proprio perché le condizioni economiche non erano favorevoli. Il rischio è una valanga di ricorsi, con ulteriori ritardi e costi per le casse pubbliche.

Il dialogo con Bruxelles

Resta aperto il fronte europeo. La Commissione Ue ha già chiesto chiarimenti al governo italiano. Il ministero dei Trasporti ha risposto inviando due documenti, senza firma né data, come rileva la stessa Corte dei Conti. Al momento, da Bruxelles non è arrivata alcuna risposta ufficiale. Il risultato è un quadro ancora pieno di ombre: nessun via libera definitivo, molte incognite e un rischio concreto di stop. Per il Ponte sullo Stretto, insomma, la strada appare ancora lunga. E tutt’altro che lineare.

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