La rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report non riguarda soltanto un programma televisivo: riguarda il confine tra il potere che governa e l’informazione che deve poterlo controllare.
La libertà di stampa non si misura quando i giornalisti raccontano ciò che il potere gradisce. Si misura quando fanno domande scomode, disturbano interessi, costringono chi governa a rispondere. È in quel momento che una democrazia decide se considera l’informazione un diritto dei cittadini o una concessione revocabile della politica.
Il fatto e il vuoto delle motivazioni
Il 28 agosto la Rai ha comunicato che, dalla prossima stagione, la conduzione di Report passerà a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. A Sigfrido Ranucci, alla guida della trasmissione dal 2017, sono state prospettate tre diverse ricollocazioni professionali. Il dato, dunque, è ufficiale: Ranucci non condurrà più il programma che ha ereditato da Milena Gabanelli e di cui è diventato il volto pubblico. Rai, nota del 28 agosto 2026
I due nuovi conduttori hanno esperienze professionali che meritano rispetto. Presutti ha già lavorato alle inchieste di Report; Piervincenzi ha una lunga storia di giornalismo sul campo. Sarebbe ingiusto trasformarli nei bersagli di una battaglia che non riguarda le loro biografie. Il problema non è chi arriva. Il problema è come e perché viene fatto uscire chi c’era.
La Rai parla di una “nuova fase”, di merito, competenza, indipendenza e rafforzamento del giornalismo investigativo. Sono parole importanti, ma non sono una motivazione. La nota descrive le qualità dei successori e non spiega quale fatto concreto renda Ranucci non più idoneo a condurre. Per un’emittente privata potrebbe essere una scelta editoriale affidata alla discrezionalità dell’editore. Per il servizio pubblico, finanziato dai cittadini e sottoposto a una responsabilità democratica più alta, l’opacità è già parte del problema.
Esiste, ed è giusto dirlo, un controargomento serio. Il Comitato etico della Rai ha esaminato i rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, la condivisione di comunicazioni aziendali e altre possibili criticità professionali. Un giornalista non è intoccabile. La libertà di stampa non è una licenza di violare regole, confondere le fonti con gli amici o sottrarsi alla verifica. Proprio per questo, però, servono contestazioni circostanziate, contraddittorio, criteri uguali per tutti e decisioni proporzionate. Il parere del Comitato non è stato pubblicato; la nota finale non chiarisce se e in quale misura abbia determinato la rimozione.
Va inoltre tenuto distinto il piano giudiziario: secondo la ricostruzione dell’ANSA, il giudice non ha individuato elementi per sostenere un accordo tra Ranucci e Lavitola nella preparazione dell’attentato subito dal giornalista. La Rai aveva il diritto e il dovere di verificare eventuali condotte interne; non aveva il diritto di lasciare che il sospetto più grave, non sostenuto dagli elementi giudiziari disponibili, diventasse una condanna per allusione. ANSA, 11 agosto 2026
Quando la politica anticipa il verdetto
Poi c’è la cronologia, e in democrazia anche la cronologia ha un peso. Prima della decisione aziendale, Matteo Salvini aveva pubblicamente chiesto una pausa per Ranucci. Dopo l’annuncio ha commentato: “Bene così”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto felice della sostituzione, accusando il conduttore di realizzare trasmissioni pretestuose e a senso unico. Esponenti di Fratelli d’Italia hanno salutato il cambio come la fine di una propaganda faziosa.
Queste dichiarazioni non dimostrano, da sole, l’esistenza di un ordine diretto del governo alla Rai. Sostenerlo come fatto, senza una prova, sarebbe fare cattivo giornalismo proprio mentre si pretende di difendere quello buono. Ma quelle parole rendono più grave l’assenza di una motivazione trasparente: quando la politica chiede la testa di un giornalista e poco dopo ne festeggia la rimozione, il servizio pubblico ha il dovere di dissipare ogni sospetto. Se non lo fa, la sequenza appare come un verdetto annunciato dalla politica e ratificato dall’azienda.
La politica ha pieno diritto di criticare Report. Può contestarne un servizio, chiedere rettifiche, fornire documenti, partecipare al contraddittorio e rivolgersi ai giudici quando ritiene di essere stata diffamata. Ciò che non dovrebbe fare è indicare chi può o non può condurre una trasmissione. Il diritto di replica non è il diritto di rimozione; il dissenso verso un’inchiesta non può trasformarsi nel potere di scegliere il giornalista che dovrà raccontare chi governa.
Pluralismo non significa addomesticamento
C’è un equivoco che da anni avvelena il dibattito sulla Rai: scambiare il pluralismo con l’innocuità. Il pluralismo non impone a ogni inchiesta di distribuire una quota identica di torti e ragioni a destra e a sinistra. Impone al sistema dell’informazione pubblica di ospitare voci, letture e sensibilità diverse; impone correttezza, verifica delle fonti e un contraddittorio leale. Ma un’inchiesta deve seguire i fatti, non un bilancino di convenienza partitica. Se ogni verità scomoda deve essere neutralizzata da una verità uguale e contraria, non resta pluralismo: resta scenografia.
Report non è soltanto Ranucci. È una redazione, un metodo di lavoro, un patrimonio di competenze costruito in trent’anni. Gli inviati storici hanno definito la decisione “irricevibile” e minacciato di lasciare il programma in blocco; il Comitato di redazione ha denunciato il mancato coinvolgimento dei giornalisti che realizzano la trasmissione. Si può conservare un marchio e svuotarne l’identità. Si può lasciare accesa l’insegna mentre si spegne, poco alla volta, la libertà che le dava significato.
Il caso arriva, inoltre, in un Paese che non parte da una condizione rassicurante. Il Media Pluralism Monitor 2026 assegna all’Italia un rischio complessivo medio-alto, pari al 51 per cento, e segnala come particolarmente problematico il rapporto tra politica e servizio pubblico. Il rapporto 2026 della Commissione europea sullo Stato di diritto registra ancora preoccupazioni sulla capacità delle regole italiane di proteggere la Rai da influenze indebite e sulla sua stabilità finanziaria. Media Pluralism Monitor 2026 · Commissione europea, Rule of Law Report 2026
Non è soltanto una questione di sensibilità politica. L’European Media Freedom Act impone che i media di servizio pubblico siano editorialmente e funzionalmente indipendenti e offrano una pluralità di informazioni e opinioni. Il Contratto di servizio Rai 2023-2028 richiama espressamente indipendenza, pluralismo, correttezza e verifica delle fonti e obbliga l’azienda a valorizzare la propria tradizione di giornalismo d’inchiesta. Sono impegni giuridici e istituzionali, non formule da comunicato stampa. EMFA, articolo 5 · Contratto di servizio Rai 2023-2028
La Rai non appartiene a chi governa
La politica dovrebbe fare la politica. Governare, scegliere, assumersi responsabilità, rispondere alle domande, rendere accessibili gli atti, affrontare le critiche. Dovrebbe anche riformare finalmente la governance della Rai per sottrarla alla ciclica occupazione dei partiti. Non dovrebbe entrare nelle redazioni con la pretesa di stabilire quale giornalismo sia accettabile e quale debba essere ricollocato. La Rai non è del governo in carica, né dell’opposizione che aspira a sostituirlo: è dei cittadini.
Difendere questo principio non significa canonizzare Ranucci. Le sue scelte possono essere discusse, i suoi metodi verificati, i suoi errori corretti e, se provati, sanzionati. Ma una decisione così grave deve poggiare su fatti conoscibili e regole verificabili, non su un parere segreto seguito dall’applauso di chi da tempo chiedeva di allontanarlo. La garanzia vale soprattutto per chi non ci piace: oggi protegge Ranucci, domani potrebbe proteggere un giornalista di sensibilità opposta da un governo di segno contrario. La libertà di stampa è indivisibile o non è.
Ranucci potrà contestare la decisione nelle sedi competenti. Report potrà continuare e i nuovi conduttori potranno dimostrare il proprio valore. Ma il marchio sopravvissuto non basta a rassicurare. Se il messaggio che arriva alle redazioni è che l’inchiesta è tollerata finché non irrita troppo il potere, il danno è già stato prodotto: non serve censurare ogni servizio, basta insegnare a chi lo prepara quanto costa insistere.
Per questo la Rai deve spiegare, con precisione e senza formule di circostanza, le ragioni della rimozione; deve garantire autonomia alla squadra di Report e aprire un confronto reale con i suoi giornalisti. E la politica deve fermarsi sulla soglia delle redazioni. Non le si chiede di amare il giornalismo d’inchiesta. Le si chiede qualcosa di più democratico: sopportarlo, rispondergli e lasciarlo libero. Perché una stampa libera non è un partito di opposizione. È il diritto dei cittadini di conoscere ciò che il potere preferirebbe non raccontare.




