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Salvatore Giglia, morire a 26 anni per difendere casa e campagna: il rogo di Ciminna e le domande ancora senza risposta

Le fiamme del 29 agosto, il tentativo di fermarle, la corsa prima in ambulanza e poi in elisoccorso, tre giorni di agonia e l’apertura dell’inchiesta. La Procura di Termini Imerese indaga sull’origine del rogo e verificherà anche i tempi degli interventi. Perché questa tragedia non può essere archiviata come l’ennesima fatalità dell’estate siciliana.

Salvatore Giglia non è morto in un generico “incendio estivo”. È morto dentro una catena di fatti che adesso dovrà essere ricostruita senza scorciatoie: un rogo che si sviluppa e corre verso le abitazioni, un giovane che prova a difendere ciò che sente suo, le fiamme che lo travolgono, il trasferimento verso Palermo e, infine, un’inchiesta chiamata a stabilire non soltanto chi o che cosa abbia provocato il fuoco, ma anche se la macchina dei soccorsi abbia risposto con tempestività e mezzi adeguati.

È questo il punto da cui partire per raccontare la morte di Salvatore, 26 anni, avvenuta all’alba di martedì 1 settembre nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Civico di Palermo. Non dalla retorica dell’eroe, che rischia di coprire le responsabilità, e neppure dalla ricerca affrettata di un colpevole, che spetta alla magistratura. Bisogna partire dai fatti conosciuti e dalle domande che quei fatti lasciano aperte.

Il pomeriggio del 29 agosto

L’incendio divampa nel pomeriggio di sabato 29 agosto nelle campagne di Ciminna, nell’entroterra palermitano. È una giornata segnata dal caldo intenso e dal vento di scirocco. In Sicilia, nelle stesse ore, si contano numerosi roghi: le alte temperature e il vento rendono più rapida la propagazione delle fiamme, ma non spiegano da soli la loro origine.

A Ciminna il fronte del fuoco avanza con violenza, interessa più punti del territorio e minaccia campagne, uliveti, villette e abitazioni. Il rogo si estenderà durante la notte anche nell’area compresa tra Ciminna e Ventimiglia di Sicilia. Secondo la stima resa pubblica dal sindaco Vito Filippo Barone, saranno oltre 600 gli ettari bruciati. Circa cinquanta residenti, stando alle ricostruzioni dei giorni successivi, sono costretti ad abbandonare le villette per mettersi al sicuro.

Il primo cittadino descriverà quella giornata come una delle più buie della storia del paese: il fuoco circonda l’abitato in più punti e rende necessario lo sgombero di diverse famiglie. Sul terreno operano vigili del fuoco, squadre antincendio boschivo, Forestale, Protezione civile, carabinieri e volontari. Ma, nelle ore successive, Barone denuncerà una presenza istituzionale insufficiente e un impiego troppo limitato dei mezzi aerei, nonostante le richieste avanzate durante l’emergenza.

Salvatore davanti alle fiamme

È in questo scenario che Salvatore Giglia si trova nella campagna di famiglia. Le fiamme stanno raggiungendo il terreno e la villetta. Il giovane tenta di contrastarle e di impedire che distruggano tutto.

Una prima ricostruzione pubblicata nelle ore dell’incendio riferisce che Salvatore avrebbe cercato anche di liberare il proprio cane. È un dettaglio che non compare in tutte le cronache successive e sul quale è dunque corretto attendere una conferma definitiva.

Accanto a lui ci sarebbe anche il padre, impegnato nello stesso tentativo di arginare il fuoco e rimasto a sua volta ferito, secondo quanto riferito da Sky TG24. La gravità è però tutta nelle condizioni di Salvatore: il fronte delle fiamme lo sorprende e lo investe, provocandogli ustioni estese in diverse parti del corpo.

Qui si colloca il passaggio decisivo che l’indagine dovrà ricostruire minuto per minuto: quando è stato lanciato l’allarme, quanto tempo è trascorso prima dell’arrivo dei soccorritori, quali squadre erano disponibili, quali ostacoli hanno incontrato e se il dispositivo messo in campo fosse proporzionato a un incendio che stava minacciando persone e abitazioni.

La corsa verso Palermo

Salvatore viene soccorso dai vigili del fuoco e affidato al personale del 118. Non viene trasferito direttamente in elicottero dal luogo dell’incendio: un’ambulanza lo conduce prima a Ventimiglia di Sicilia, dove lo attende l’elisoccorso. Da lì viene trasportato all’ospedale Civico di Palermo.

Le sue condizioni appaiono immediatamente gravissime. Viene ricoverato, sedato e mantenuto in prognosi riservata, inizialmente indicato dalle fonti nel reparto di Chirurgia plastica e successivamente in terapia intensiva e Rianimazione. Per quasi tre giorni Ciminna segue con angoscia l’evoluzione del quadro clinico, mentre familiari, amici e concittadini sperano in un esito diverso.

Domenica 30 agosto l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, raggiunge Ciminna e celebra la messa per manifestare la vicinanza della Chiesa alle comunità colpite dagli incendi. Rivolge un pensiero particolare a Salvatore e alla sua famiglia. Nelle stesse ore il sindaco annuncia la richiesta alla Regione dello stato di emergenza e di calamità e torna a denunciare la scarsità dei mezzi assegnati al territorio.

La morte e il lutto di Ciminna

All’alba di martedì 1 settembre arriva la notizia che nessuno voleva ricevere. Salvatore muore nel reparto di Rianimazione del Civico per le conseguenze delle ustioni. Aveva 26 anni. Il decesso viene confermato nella mattinata.

Il sindaco Barone parla di una perdita «dolorosa e ingiusta» e descrive Salvatore come un ragazzo esemplare, generoso, sempre pronto ad aiutare chi ne aveva bisogno. Il Comune proclama il lutto cittadino per il giorno dei funerali.

Le esequie sono fissate per mercoledì 2 settembre, alle 16, nella Chiesa Madre di Ciminna, la parrocchia Santa Maria Maddalena, e saranno presiedute dall’arcivescovo Lorefice, come comunicato ufficialmente dall’Arcidiocesi di Palermo.

Il presidente della Regione Renato Schifani esprime il cordoglio della Sicilia e invoca pene esemplari per chi appicca il fuoco. Anche il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e rappresentanti sindacali intervengono sulla tragedia. Sono parole comprensibili di fronte a una morte che ha colpito l’intera Isola. Ma la condanna politica, per quanto netta, non può prendere il posto dell’accertamento giudiziario.

L’inchiesta: origine del rogo e tempi dei soccorsi

Dopo la morte del giovane, la Procura della Repubblica di Termini Imerese, guidata da Angelo Vittorio Cavallo, apre un fascicolo per omicidio colposo. Gli inquirenti stanno valutando anche l’ipotesi della morte come conseguenza di un altro delitto, qualora venisse accertata la natura dolosa dell’incendio.

Il sospetto che il rogo sia stato appiccato volontariamente è forte ed è stato espresso con assoluta convinzione dal sindaco. Ma, allo stato delle informazioni pubbliche, resta un’ipotesi investigativa: non risultano ancora individuati gli autori né è stata resa nota una ricostruzione tecnica definitiva dei punti di innesco.

Gli investigatori raccoglieranno testimonianze e acquisiranno le eventuali immagini delle telecamere presenti nella zona. Dovranno ricostruire il percorso delle fiamme, stabilire dove e come sia iniziato l’incendio e verificare se dietro il disastro vi sia stata la mano di uno o più incendiari.

La Procura valuterà inoltre la tempistica degli interventi di soccorso, anche alla luce delle denunce pubbliche del sindaco sulla quantità dei mezzi disponibili. È uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Termini Imarese.

Quest’ultimo accertamento non equivale ad affermare che vi siano stati ritardi o omissioni, né che un intervento diverso avrebbe certamente salvato Salvatore. Significa, però, che le domande poste in queste ore non possono essere liquidate come semplice polemica: dovranno trovare risposta attraverso orari, chiamate, registri operativi, disponibilità dei mezzi e testimonianze.

Tre verità da accertare

La morte di Salvatore Giglia presenta almeno tre livelli distinti di possibile responsabilità. Il primo riguarda l’origine del fuoco: se doloso, occorrerà individuare chi lo ha appiccato e stabilire il nesso tra quell’azione e la morte del giovane.

Il secondo riguarda la gestione dell’emergenza: bisognerà capire se uomini e mezzi fossero sufficienti e se siano arrivati nei tempi concretamente possibili.

Il terzo è politico e amministrativo: riguarda la prevenzione, la sorveglianza del territorio e la capacità della Sicilia di non affrontare ogni estate gli incendi come se fossero una calamità imprevedibile.

Questi piani non vanno confusi. L’eventuale responsabilità di un incendiario non cancellerebbe le domande sull’organizzazione antincendio; allo stesso modo, eventuali carenze del sistema non attenuerebbero la responsabilità di chi avesse volontariamente acceso il fuoco. E il gesto di Salvatore, nato dal desiderio umano di difendere la propria casa, non può diventare un alibi per spostare su di lui il peso di ciò che è accaduto.

Ciminna adesso piange un ragazzo che tutti descrivono come generoso e presente. La Sicilia, invece, ha il dovere di non fermarsi al cordoglio. A Salvatore e alla sua famiglia non servono soltanto promesse di pene severe o formule pronunciate dopo ogni incendio. Serve la verità: su come è nato quel rogo, su chi lo ha alimentato, su quali mezzi siano stati impiegati e su ciò che, eventualmente, poteva essere fatto prima o meglio.

Perché una morte a 26 anni non può essere archiviata sotto la voce “emergenza incendi”. È una vicenda umana e giudiziaria che chiede nomi, tempi e responsabilità. E chiede che, una volta spento il fuoco, non si spengano anche le domande.

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