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Il potere non arrossisce più: si offende

Quando la politica risponde alle domande, alle critiche legittime e alle osservazioni scomode screditando chi le esprime, sposta l’attenzione dai fatti alle persone, compromette il confronto pubblico e impoverisce la democrazia. Il consenso ricevuto non mette il politico al riparo dal giudizio dei cittadini, ma rende ancora più stringente il dovere di rispondere delle proprie scelte e dei propri errori.

Non è soltanto la gravità degli scandali a doverci interrogare, ma anche la reazione di chi è chiamato a risponderne: la facilità con cui una richiesta di chiarimento viene presentata come un’aggressione, una critica come un’offesa, un’inchiesta giornalistica come un presunto disegno ostile.

Il passaggio più inquietante avviene quando si smette di discutere della scelta contestata, dell’incarico assegnato o del denaro speso e si comincia a parlare delle intenzioni del giornalista, delle appartenenze di chi protesta, dei presunti interessi o delle vicinanze politiche di chi insiste.

La domanda rimane senza risposta, ma chi l’ha posta si ritrova sul banco degli imputati. È il meccanismo difensivo di una politica con la “p” minuscola, che presenta la richiesta di spiegazioni come un gesto ostile e l’esercizio di amministrare come un diritto all’immunità dalla critica.

Occorre sgombrare il campo da ogni equivoco. Un’indagine, un approfondimento, una richiesta di chiarimenti, una critica non sono condanne: servono ad accertare i fatti, capire meglio e a chiarire ciò che resta incerto. Un’accusa può rivelarsi infondata. Nessuno deve essere considerato colpevole per il solo fatto di essere coinvolto in un procedimento. La presunzione d’innocenza va rispettata sempre, anche quando riguarda un avversario, anche quando contraddice le nostre convinzioni.

Ma proprio la serietà di questo principio impone di non trasformarlo in qualcosa che non è: un’esenzione dal dovere di spiegare. La responsabilità politica è distinta da quella penale. Un amministratore può non aver commesso alcun reato e aver comunque compiuto una scelta inopportuna, gestito male una risorsa, privilegiato una relazione personale o deluso la fiducia ricevuta. Sono questioni sulle quali i cittadini possono esprimere un giudizio senza attendere una sentenza.

Se per valutare chi governa dovessimo aspettare soltanto l’esito dei processi, finiremmo per delegare alla magistratura persino la selezione della classe dirigente. E la politica, mentre rivendica la propria autonomia dai giudici, rinuncerebbe a esercitarla proprio nel momento in cui dovrebbe riconoscere un errore e assumersene la responsabilità.

Dire «non ho commesso reati, non mi sono mai messo soldi in tasca» può essere una risposta a un’accusa penale. Non esaurisce, però, le spiegazioni dovute a una comunità che intravede nelle scelte di chi governa logiche di “pagnottismo”, amichettismo, familismo o nepotismo.

I cittadini hanno diritto di sapere perché una persona sia stata scelta per un incarico, quali criteri abbiano determinato un affidamento e quali risultati abbia prodotto una spesa. Hanno diritto di domandare se una decisione fosse necessaria, conveniente e imparziale. E di ricevere risposte comprensibili, sostenute da elementi verificabili.

Il consenso elettorale non cancella questi obblighi: li rende più impegnativi. Chi riceve fiducia assume una responsabilità, non acquisisce un diritto all’indulgenza. Eppure è proprio qui che può manifestarsi l’arroganza: nella convinzione che spiegare equivalga a cedere, che ammettere un errore significhi mostrarsi deboli e che correggere una decisione comporti una sconfitta. Così si difende tutto, anche ciò che meriterebbe almeno una riflessione. Si fa quadrato prima ancora di aver capito. Si pretende lealtà alla persona quando sarebbe necessaria lealtà all’istituzione.

La forza di un amministratore si misura anche nella capacità di affrontare una domanda scomoda senza cercare di screditare chi la formula. Naturalmente, la critica può essere sbagliata. Un articolo può contenere errori, una ricostruzione può risultare parziale, una contestazione può essere strumentale. Chi viene chiamato in causa ha pieno diritto di replicare, presentare elementi nuovi o diversi da quelli su cui si fonda la ricostruzione iniziale, chiedere correzioni e tutelare la propria reputazione.

Ma esiste una differenza riconoscibile tra la replica e la delegittimazione. La prima chiarisce i fatti. La seconda tenta di rendere sospetta la voce di chi li sottopone all’attenzione pubblica. Dopo una risposta seria, i cittadini sanno qualcosa in più sulla vicenda. Dopo un attacco personale, ricevono il messaggio che criticare, interrogarsi equivalga a un atto di lesa maestà. La politica dovrebbe accettare di essere valutata sulla base delle proprie scelte. Una comunità perde fiducia quando comincia a pensare che prepararsi, lavorare e rispettare le regole conti meno dell’appartenenza a una cerchia.

La vergogna politica, intesa come coscienza della responsabilità, dovrebbe cominciare dal disagio di non avere una spiegazione convincente da offrire. Dalla consapevolezza che una carica non è una proprietà. Dalla capacità di distinguere la difesa della propria reputazione dalla tutela dell’istituzione che si rappresenta.

Non ogni contestazione o critica impone dimissioni. Ma nessuna carica dovrebbe diventare un riparo dal quale respingere sistematicamente ogni richiesta di chiarimento. La scelta di restare o lasciare richiede una valutazione seria dei fatti e delle responsabilità e non può ridursi a una prova di fedeltà imposta ai propri sostenitori.

La questione morale investe anche chi osserva. Si aggrava quando perdoniamo ai nostri rappresentanti ciò che negli avversari giudicheremmo intollerabile. Quando un vantaggio personale rende sopportabile un metodo ingiusto. Quando «sono tutti uguali» diventa il modo più semplice per smettere di distinguere, scegliere e pretendere. L’indifferenza dei cittadini può diventare la protezione più efficace per la politica. Il potere può dissentire, replicare e dimostrare che una critica è ingiusta. Può pretendere correttezza. Deve però accettare che la fiducia ricevuta venga continuamente messa alla prova dai suoi comportamenti.

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