spot_img
spot_img

Malpensa a Berlusconi, Palermo a Falcone e Borsellino: due aeroporti e due idee diverse di Paese

Da ieri Malpensa porta ufficialmente il nome di Silvio Berlusconi. È una decisione legittima, ormai consolidata anche sul piano amministrativo e giudiziario. Ma la legittimità di una scelta non la rende automaticamente immune dal giudizio civile, politico e morale dei cittadini.

Intitolare un aeroporto non significa soltanto cambiare una targa. Significa scegliere chi consegnare alla memoria collettiva, quale immagine del Paese proiettare nel mondo e quale idea di merito e di prestigio nazionale rendere visibile a milioni di persone.

La traiettoria aerea che unisce la Sicilia alla Lombardia è da sempre una delle rotte più trafficate del Paese: un corridoio invisibile che per decenni ha trasportato storie di migrazione, lavoro, speranza e riscatto economico. Tuttavia, a partire da questa settimana, questa tratta non rappresenta più soltanto uno spostamento fisico, ma assume un significato ulteriore, capace di indurre molti a riflettere.

Gli aeroporti non sono semplici snodi infrastrutturali. Sono le porte d’accesso di una nazione, i luoghi in cui lo Stato decide di imprimere sulla pietra i propri valori fondamentali attraverso i nomi dei suoi figli più illustri.

A Palermo, la scelta di dedicare lo scalo a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino rappresenta un pilastro del patrimonio morale collettivo. È un’intitolazione nata dal dolore del 1992 e dal sangue versato nella lotta frontale contro la criminalità organizzata. Quel nome è un monito, una dichiarazione d’intenti e un tributo alla legalità intransigente.

A Milano, la scelta politica di intitolare Malpensa a Silvio Berlusconi risponde invece a una logica radicalmente diversa, legata al peso della sua influenza imprenditoriale, televisiva e governativa. Una decisione che ignora le profonde ombre giudiziarie che hanno segnato la sua biografia, in particolare i documentati e complessi rapporti con figure centrali della storia criminale italiana, come Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano, sui quali la magistratura si è pronunciata anche attraverso sentenze definitive.

Ma rilevanza storica e valore morale non sono la stessa cosa. Il successo non coincide con il sacrificio. La popolarità non coincide con l’esempio. Il potere non coincide con il servizio dello Stato. Ed è questo il problema che l’intitolazione di Malpensa pone, al di là delle simpatie e delle antipatie personali.

Il viaggiatore attento, riflettendo sulle due narrazioni opposte della stessa nazione, potrebbe rimanere perplesso nel momento in cui il tabellone delle partenze affianca questi due poli della storia italiana. Da un lato, l’incarnazione dello Stato che si sacrifica per estirpare il cancro mafioso. Dall’altro, la memoria di una stagione politica controversa, nella quale i confini tra istituzioni, affari e opacità relazionali sono stati ampiamente discussi e contestati anche nelle aule giudiziarie.

La vera intelligenza critica sta nel comprendere che questo itinerario non è un errore del sistema, ma lo specchio fedele del Paese. L’Italia non è mai stata una nazione a binario unico: è un mosaico nel quale la massima espressione del senso dello Stato coesiste, nello stesso spazio aereo, con la celebrazione del potere personale e delle sue irrisolte ambiguità storiche.

Accettare con indifferenza questo paradosso, o analizzarlo con distacco, significa riconoscere che il volo Palermo-Milano è diventato il perfetto riassunto della nostra storia recente. Un viaggio in cui il decollo e l’atterraggio ricordano costantemente al viaggiatore da dove veniamo, dove stiamo andando e, soprattutto, a quale idea di Repubblica scegliamo di dare priorità ogni volta che guardiamo una targa d’imbarco.

Ogni giorno, moltissimi cittadini potranno partire dal Falcone-Borsellino e atterrare a Malpensa, intitolata a Silvio Berlusconi. Oppure compiere il percorso inverso. È una coincidenza logistica, certo. Ma le coincidenze, quando riguardano i nomi scelti dallo Stato, possono trasformarsi in domande legittime come: cosa tiene insieme quei due nomi?

La risposta non può essere la semplice notorietà. Falcone e Borsellino non sono diventati simboli perché erano famosi: sono diventati simboli perché hanno pagato con la vita la difesa della Repubblica. Berlusconi non è stato un servitore dello Stato nel senso in cui lo furono quei due magistrati. È stato un protagonista della politica e dell’economia nazionale, con meriti, consensi, innovazioni e controversie.

A qualcuno questa intitolazione apparirà come il riconoscimento dovuto a un grande italiano. Ad altri sembrerà l’ennesimo segnale di una Repubblica che tende a confondere il consenso con l’autorevolezza e la celebrità con il valore.

Io non provo scandalo per l’intitolazione di Malpensa. Provo soltanto una certa inquietudine per il messaggio complessivo.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles