Capizzi, borgo dei Nebrodi arroccato alle falde del Monte Verna e vicino alle sorgenti del Simeto, è da sempre conosciuto per il carattere fiero dei suoi abitanti. Non a caso un antico proverbio locale dice: «A Capizzi l’aria è fina e la lingua è taglienti», a indicare un luogo dove il clima è salubre ma le parole sono dirette e dove, quando un’ingiustizia diventa troppo evidente, la pazienza può trasformarsi in ribellione.
La storia del paese sembra confermare questa fama. Già nel Medioevo i capitini dimostrarono di non essere facili da governare. Nel 1243, dopo un episodio di ribellione contro il potere imperiale, l’imperatore Federico II fece distruggere le case del quartiere dei Casalini e deportò una parte della popolazione a Palermo. Nonostante la punizione, lo spirito indocile del paese non si spense: Capizzi partecipò anche al Vespro siciliano del 1282 contro gli Angioini, episodio ancora ricordato nel nome della principale arteria del paese, il Corso dei Vespri.
Nei secoli successivi non mancarono altri momenti di tensione. Nel 1705 la popolazione insorse per l’aumento del prezzo del pane, mentre nel 1812 e nel 1820 nuovi tumulti portarono al saccheggio del palazzo Larcan Lanza e alla distruzione dei registri delle imposte.
Ma l’episodio più drammatico della storia del paese avvenne nella notte tra l’1 e il 2 settembre 1849. A scatenare la rivolta fu la tassa sul macinato, un’imposta particolarmente odiata perché gravava direttamente sulla produzione di farina e sul lavoro dei mulini, fondamentali per l’economia locale. La normativa prevedeva controlli continui: il grano poteva essere macinato solo in orari stabiliti, le farine dovevano essere accompagnate da documenti e gli ispettori avevano il diritto di entrare nei mulini per verifiche e sequestri.
In un territorio dove si contavano oltre quaranta mulini alimentati dai corsi d’acqua della zona, queste restrizioni pesavano enormemente sulla vita dei contadini e dei mugnai. Il malcontento cresceva da tempo e bastò poco per trasformarlo in violenza.
La miccia si accese quando alcuni esattori giunsero in paese. Nella notte una folla armata si radunò davanti alla casa di Nicolò Garges e del genero Luigi Maimone, funzionari legati alla riscossione della tassa. Dopo un primo tentativo di assalto, gli uomini all’interno reagirono sparando e uccidendo due rivoltosi. Da quel momento la protesta degenerò in una furia incontrollata.
La casa venne presa d’assalto e la violenza si riversò anche sui familiari presenti. La giovane Rosalia Angela Garges, incinta, e sua madre Rosa Scialfa furono uccise, mentre un’altra figlia, Luigia, sopravvisse miracolosamente nonostante le gravissime ferite riportate.
La rivolta si diffuse rapidamente per il paese. I gruppi di rivoltosi iniziarono a cercare gli esattori e i funzionari legati al sistema fiscale, assaltando abitazioni e saccheggiando proprietà. Tra le vittime ci furono anche l’esattore Luigi Bonelli e sua moglie Rosalia La Iacona, anch’essa incinta, oltre al farmacista Gaetano Maimone e all’usciere comunale Gaetano Sacco. All’alba del 2 settembre fu trovato e ucciso anche Luigi Maimone, mentre poco dopo venne rinvenuto morto Nicolò Garges. Il bilancio finale della rivolta contò almeno dieci morti.
La notizia degli eventi raggiunse rapidamente Palermo. Il generale Carlo Filangieri, incaricato da Ferdinando II delle Due Sicilie di ristabilire l’ordine dopo i moti del 1848, inviò un battaglione con un ordine severo: in caso di resistenza il paese avrebbe potuto essere incendiato.
L’arrivo dei soldati pose fine ai disordini. Ventitré persone furono arrestate e cinque vennero condannate alla fucilazione, mentre molti altri subirono processi e detenzioni. Le autorità parlarono di complotto politico contro il governo borbonico, ma dietro la rivolta si nascondeva soprattutto la disperazione di una popolazione provata da tasse e condizioni economiche sempre più difficili.
Le conseguenze furono pesanti: il comune dovette affrontare nuove imposte e versare vitalizi alle famiglie delle vittime. Solo con l’arrivo di Giuseppe Garibaldi in Sicilia, nel 1860, questi obblighi furono definitivamente aboliti.
Ancora oggi, nelle storie tramandate nelle case e nelle piazze del paese, quella notte resta una delle pagine più drammatiche della memoria collettiva. Non a caso un altro proverbio locale recita: «Cu’ passa di Capizzi senza bisaccia, torna sempre cu’ na storia». E a Capizzi, di storie, ce ne sono davvero molte.
Fonte storica:
Francesco Sarra Minichello, La rivolta del 1° settembre 1849, in Galleria, n. 7, gennaio-marzo 2023.




