Per due volte aveva capito che qualcosa non andava. Per due volte aveva chiuso la telefonata, respingendo quella storia di debiti e arresti arrivata all’improvviso sul telefono di casa. Alla terza chiamata, però, le hanno passato qualcuno che sosteneva di essere suo nipote. E in quella voce l’anziana ha creduto di riconoscere una persona di famiglia. È stato il passaggio decisivo di una truffa costata 4 mila euro a una donna di 83 anni di Castel di Tusa, nella mattinata di venerdì scorso.
Secondo la ricostruzione dell’accaduto, tutto comincia con una telefonata al numero fisso dell’abitazione. Dall’altra parte viene raccontata una situazione allarmante: la figlia sarebbe stata arrestata per un debito di 9 mila euro nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, mai saldato nonostante ripetuti solleciti. Una vicenda inventata per spaventare la madre e convincerla a consegnare denaro.
La donna, inizialmente, non si lascia ingannare. Avverte il pericolo e riaggancia. Il telefono torna a squillare: gli interlocutori insistono, cercano di rassicurarla, sostengono che non si tratti di una truffa. Lei chiude ancora. Sono due tentativi falliti, ma chi sta chiamando non rinuncia. Prima che l’ottantatreenne riesca a fermarsi, riflettere e contattare la figlia, arriva la terza telefonata. Questa volta cambia il modo di avvicinarla: le annunciano che le passeranno il nipote.
La donna rimane in linea. La persona che prende la parola conferma il presunto problema della madre. All’anziana, per via della concitazione, suggestione o altri fattori, la voce sembra proprio quella del nipote. La voce che pensa di conoscere rende credibile il racconto al quale, fino a pochi istanti prima, aveva resistito. Il sospetto lascia così spazio alla paura per la figlia e all’urgenza di aiutarla. L’ottantatreenne raggiunge in fretta il vicino ufficio postale, preleva 3.500 euro e torna a casa. Appena rientrata, qualcuno suona alla porta. È un giovane che, con modi rassicuranti, si presenta per ritirare il denaro. La rapidità con cui arriva solleva il sospetto che gli spostamenti della donna possano essere stati osservati.
Il giovane prende i contanti e le chiede se abbia altro denaro. La donna recupera ulteriori 500 euro custoditi in casa e consegna anche quelli. L’uomo si allontana con quattromila euro complessivi.
Sulla vicenda indagano i carabinieri della Stazione di Tusa, impegnati a ricostruire l’accaduto e a individuare i responsabili.
A colpire, in questa storia, è soprattutto la resistenza iniziale della vittima. Aveva riconosciuto il rischio, aveva interrotto il contatto, aveva fatto ciò che si raccomanda di fare davanti a una telefonata sospetta. L’insistenza e il richiamo a una voce familiare hanno finito per superare quella prudenza, facendo leva sulla paura per una figlia. È anche per questo che raccontare simili episodi richiede rispetto. Liquidarli come ingenuità significa trascurare la pressione esercitata su chi, nel giro di pochi minuti, viene convinto che una persona cara sia in difficoltà e abbia bisogno immediato di aiuto.
Il danno può continuare anche dopo la perdita del denaro. Chi subisce una truffa può provare disagio, rimproverarsi di essersi fidato, temere il giudizio dei familiari. Possono incrinarsi la sicurezza nelle proprie decisioni e la serenità dentro casa: una telefonata o il suono del campanello possono diventare motivo di apprensione. Sono possibili conseguenze di questi episodi, senza che ciò consenta di attribuirle alla donna coinvolta.
Sul piano della prevenzione, le indicazioni sono concrete: interrompere le chiamate sospette, non consegnare denaro o preziosi a sconosciuti e verificare direttamente con i familiari, attraverso i recapiti già conosciuti, qualunque presunta emergenza. Una voce apparentemente familiare non deve sostituire questa verifica. In caso di richieste di denaro al telefono, i Carabinieri raccomandano di prendere tempo e chiamare il 112.




