Smettere di aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo e riscoprire il valore del contributo personale: la forza di una comunità nasce dalla responsabilità di chi ne fa parte.
«Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese». Non è un semplice slogan, ma la celebre frase che John F. Kennedy pronunciò nel discorso di insediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio 1961.
È una formula di inversione morale, un invito a passare dalla posizione di creditore verso la comunità e le istituzioni a quella di debitore. Un’inversione trasversale, che può adattarsi a qualsiasi contesto.
Dall’attesa al contributo personale
Troppo spesso passiamo la maggior parte del tempo a perfezionare un esercizio: aspettare. Aspettare che altri facciano per noi. Sappiamo esattamente cosa non va; meno, invece, cosa possiamo fare noi, subito, per gli altri, per la comunità e soprattutto per migliorare un’istituzione.
La logica è aritmetica, prima ancora che etica: una comunità in cui ognuno domanda soltanto «che cosa mi spetta?» è destinata all’impoverimento e al rancore. Al contrario, una comunità in cui si comincia a chiedere «che cosa posso apportare io, qui e ora, con gli strumenti che possiedo?» scopre nuove possibilità di crescita.
Un’istituzione non è un distributore
Un’istituzione non è un distributore. È la somma dei comportamenti di chi ci sta dentro.
Se tutti chiedono e solo pochi danno, anche l’istituzione più florida crolla. Non è una questione di ruolo o di grado, ma qualcosa di più profondo: entro a reclamare soltanto diritti o entro come socio che contribuisce?
Quando entri come socio, smetti di aspettare che facciano gli altri. Fai tu quel pezzetto che puoi fare, lì dove sei e con quello che hai, andando anche oltre il compitino che ti è stato assegnato e offrendo quel quid in più che può fare la differenza.
La responsabilità di sentirsi parte
La svolta è più semplice di quanto si possa pensare: smettere di chiederci soltanto «mi spetta?» e iniziare a domandarci «cosa posso fare?».
Non è eroismo: è cura, è conservazione di qualcosa che ci appartiene, perché ne siamo parte. Una comunità, un’istituzione, non muoiono quando qualcuno le attacca: muoiono perché, dentro, tutti hanno deciso che non toccava a loro salvarle.




