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Melo Freni, il giornalista che raccontò la Sicilia con l’anima: il ricordo di Marisa Toscano

Ci sono uomini che lasciano un segno non soltanto per ciò che hanno scritto, ma per il modo in cui hanno saputo vivere la cultura, coltivare le relazioni umane e trasmettere il valore della memoria. Tra questi c’è senza dubbio Melo Freni, tra le figure più autorevoli del giornalismo e della letteratura siciliana del secondo Novecento. Giornalista, scrittore, saggista e raffinato intellettuale, Freni ha dedicato la sua vita al racconto della Sicilia, delle sue contraddizioni e delle sue straordinarie ricchezze culturali, lasciando un patrimonio letterario che ha varcato i confini dell’Isola, tanto da essere oggetto di studi universitari anche all’estero.

La sua produzione, vasta e apprezzata, è stata raccontata da illustri critici e studiosi. Ma accanto al profilo pubblico esisteva un uomo capace di intrecciare profonde amicizie, di accogliere nella propria casa alcuni dei più grandi protagonisti della cultura italiana e di custodire un’idea della letteratura fondata sull’umanità prima ancora che sul talento.

Nella rubrica “Caro Direttore”, QuadroChiaro ospita oggi una testimonianza dal forte valore umano e affettivo. Marisa Toscano, che ebbe il privilegio di conoscere Melo Freni in un contesto familiare e di condividerne negli anni conversazioni, riflessioni e ricordi, affida ai nostri lettori un intenso omaggio alla sua memoria. Lo fa scegliendo la strada più autentica: lasciare parlare direttamente Freni attraverso alcune pagine del suo volume Caro Luigi. Lettere dalla Sicilia, impreziosite da ricordi personali che restituiscono il ritratto di un intellettuale sensibile, ironico e profondamente legato agli affetti.

Ne emerge non solo il profilo di uno scrittore di grande levatura, ma soprattutto quello di un uomo che ha saputo fare della cultura un esercizio quotidiano di amicizia, generosità e memoria. Una testimonianza che QuadroChiaro pubblica con piacere, certa che il ricordo di Melo Freni continui a rappresentare un patrimonio prezioso per la Sicilia e per tutti coloro che credono nel valore della parola scritta.

Ignazio Buttitta e Melo Freni

La grandezza professionale del giornalista, l’acume intellettuale, la produzione letteraria di Melo Freni, sul cui lavoro sono state compilate anche otto tesi di laurea presso Università italiane e straniere, ha ricevuto il giusto riconoscimento dalle tante autorevoli penne che ne hanno parlato con voci e parole che non potrei eguagliare.

Io vorrei raccontarlo attraverso le sue riflessioni personali, affidandole alla sua voce più autentica: quelle custodite nelle pagine di “CARO LUIGI Lettere dalla Sicilia” edito da Luigi Pellegrini Editore.

Trai tanti libri che Melo, puntualmente, regalava prima a mio padre e dopo a me, si capisce, con impatto immediato, la misura della sua grande umanità.

Leggere quelle lettere, nate per illuminare la letteratura siciliana e donate al pubblico, è un’esperienza straordinaria; avere ascoltato dalla sua viva voce i contenuti della lettera dedicata ad Ignazio Buttitta, a tavola, in famiglia, è stato per me un privilegio inestimabile.

Vi riporto qui alcuni brani di questa lettera, sono righe che parlano da sole:

“la mia casa di Roma fu la sua casa per ogni sua venuta nella capitale… qualche volta anche per un mese di seguito. Ed era il benvenuto per tutti…”

“La così detta ingenerosità di Ignazio era da relazionare al rapporto che aveva coi libri, i suoi e quella degli altri…”

“era l’attore, ecco l’interprete del proprio copione fantastico, al limite di ogni censura che, se applicata, toglierebbe al personaggio la bellezza della sua immaginazione, del suo estro, di quella ironia stampata sempre nel duttile sorriso, nello sguardo sornione…”

“Senza cogliere gli estremi di un giuoco portato sempre sul filo del grottesco affrancato dai canoni della normalità che, per essere tale può anche essere banale, non si può capire chi fosse Ignazio. Impresa difficile, delicata, ma imprescindibile per poterne parlare. C’è un episodio per tutti che vale a dimostrarlo: una telefonata dall’aeroporto di Palermo con Ignazio che avvisa di non comprare nulla per il pranzo perché sta arrivando lui “con il bene di Dio”. E arriva, a distanza di tre ore, con una pezzetta di formaggio che può pesare poco più di un chilo, e una truscia che avvolge (esattamente) due limoni, due fiori di zucca, tre petali di verdura. Si pranza, ovviamente, con le riserve di casa; poi, nel pomeriggio, l’operazione di formaggio…”

“Franca ne hai carta oleata? Prendi un coltello, una penna e scrivi: (intanto che taglia piccole fette di un paio detti ciascuna) “Petru Paulu, …cumpari Renatu, … ‘Ndrigu, Ugu …Maria Carta”. E conclude “Cu chistu  ca’ resta stasira n’ascialàmu”.

In pratica aveva diviso la pezza fra Pierpaolo Pasolini, Renato Guttuso, Sergio Endrigo, Ugo Attardi e Maria Carta, per porzioni minime, lasciando quasi nulla al nostro scialo serale.

“Aggiungo qualcosa di mio, caro Luigi, Pasolini abitava alla periferia sud della città, Maria Carta alla periferia nord, Endrigo addirittura a Mentana, per Guttuso e Attardi il grande traffico della città…”

“Ignazio, gli dissi, ma ti rendi conto che per questa distribuzione di ostia mi fai sprecare due pieni di benzina?

Neppure io andavo preso sul serio e lui ci rise sopra”.

Concludo con una sua frase che mi rimase impressa durante una delle nostre ricorrenti conversazioni telefoniche: “Marisedda”, così mi chiamava affettuosamente, “il silenzio che oggi mi circonda fa parte della vita e i ricordi a volte bruciano e a volte leniscono il presente.”

Oggi la sua dipartita brucia, ma spero che, con il passare del tempo il suo ricordo saprà lenire il dolore dell’assenza.

Vai, amico mio, percorri la strada già spianata dalla tua Franca.

Marisa Toscano

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