La Regione Siciliana non è parte civile nel processo per corruzione a carico dell’assessora al Turismo Elvira Amata. Una mancata costituzione che riaccende il confronto politico e riporta al centro dell’attenzione gli annunci formulati un mese fa da Palazzo d’Orléans. La Presidenza sostiene che gli interessi dell’ente potranno essere tutelati attraverso una successiva causa civile, qualora il giudizio si concludesse con una condanna. Il Partito democratico contesta invece la condotta del governo e chiama direttamente in causa Renato Schifani.
Nella nota diffusa dalla Regione, l’auspicio che Amata dimostri la propria estraneità alle accuse si accompagna alla precisazione che l’assenza come parte civile non cancella la possibilità di domandare un risarcimento. In un’ulteriore dichiarazione riportata da BlogSicilia, la Presidenza ha annunciato che, in caso di condanna, l’azione in sede civile sarà avviata immediatamente.
Per comprendere la polemica occorre tornare al 7 settembre, quando si era aperto il dibattimento davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo. In quell’occasione non era stata presentata alcuna richiesta di costituzione di parte civile. Palazzo d’Orléans aveva dichiarato di non avere ricevuto, né direttamente né attraverso l’Avvocatura dello Stato, comunicazioni sulla fissazione dell’udienza e sul capo d’imputazione. Aveva quindi annunciato che la proposta di costituzione sarebbe stata portata nella seduta di giunta del giorno successivo.
Era emersa, però, una diversa ricostruzione sul passaggio precedente del procedimento. Secondo quanto riferito da LiveSicilia sulla base degli atti, il 2 dicembre 2025 due militari della Guardia di finanza avevano notificato personalmente a Schifani l’avviso dell’udienza preliminare e la richiesta di rinvio a giudizio. La Regione aveva poi prospettato una richiesta di rimessione in termini, richiamando la mancata notifica all’Avvocatura dello Stato. A distanza di un mese, la costituzione annunciata non si è concretizzata e la difesa della posizione dell’ente si concentra sulla futura possibilità di agire per i danni.
La distinzione tra le due strade ha un significato preciso. La costituzione di parte civile permette al soggetto che si ritiene danneggiato di avanzare la propria pretesa risarcitoria nel processo penale. Una domanda può essere proposta anche davanti al giudice civile: l’articolo 75 del codice di procedura penale contempla espressamente l’azione iniziata quando la costituzione di parte civile non è più ammessa. Rimane dunque aperta una via giudiziaria, il cui esito dovrà essere valutato nella sede competente.
È su questa distanza tra possibilità futura e iniziativa processuale mancata che si sviluppa lo scontro politico. La precisazione della Presidenza chiarisce lo strumento al quale la Regione intende ricorrere nell’eventualità di una condanna; resta al centro delle contestazioni la gestione dei passaggi che avrebbero consentito all’amministrazione di partecipare come parte civile al procedimento in corso.
Il processo ad Amata è ancora nella fase iniziale. La difesa, affidata agli avvocati Giuseppe Gerbino e Sebastiano Campanella, ha inserito nella propria lista dei testimoni anche Schifani. Il presidente figura quindi tra le persone delle quali i legali chiedono l’esame: l’indicazione nella lista non equivale a una testimonianza già resa.
Al centro dell’accusa c’è un presunto collegamento tra un beneficio familiare e l’erogazione di risorse pubbliche. Secondo la Procura di Palermo, Amata avrebbe ottenuto dall’imprenditrice Marcella Cannariato, legale rappresentante della A&C Broker Srl, l’assunzione del nipote e il pagamento dell’alloggio durante il periodo di lavoro a Palermo. In cambio, avrebbe disposto un finanziamento di 30 mila euro per la manifestazione Donna, economia e potere, promossa dalla Fondazione Marisa Bellisario, della quale Cannariato era rappresentante regionale.
Le due posizioni hanno seguito percorsi giudiziari differenti. Cannariato ha scelto il rito abbreviato ed è stata condannata in primo grado a due anni e sei mesi. Nelle motivazioni riportate da MeridioNews, il giudice ha descritto un sistema di relazioni improntato al favoritismo e allo scambio, soffermandosi sulla commistione fra interessi privati e attività degli apparati regionali. Sono valutazioni contenute nella decisione sull’imprenditrice: la responsabilità di Amata deve essere accertata nel suo processo.
L’assessora, rimasta in giunta, respinge le contestazioni. Ha rivendicato la correttezza del proprio operato e dichiarato di non avere mai tenuto comportamenti illegali o immorali, esprimendo fiducia nella possibilità di dimostrare la propria innocenza. L’ipotesi dello scambio corruttivo dovrà essere verificata attraverso le prove e il confronto fra accusa e difesa; per Amata vale la presunzione di innocenza.
Sul piano politico, il segretario regionale del Pd Anthony Barbagallo accusa Schifani di avere piegato l’istituzione alle proprie scelte. «Ha appiattito la Regione Siciliana ai suoi voleri», sostiene, contestando che l’ente non si sia costituito parte civile mentre l’assessora continua a far parte dell’esecutivo. Il dirigente dem mette inoltre in discussione la credibilità delle iniziative annunciate dal governo sulla trasparenza e sul contrasto alla corruzione, giudicandole incoerenti con la gestione di questa vicenda.
La polemica accompagna la mobilitazione del centrosinistra fissata per martedì 13 ottobre, alle 14, in piazza Indipendenza a Palermo, davanti alla sede della Presidenza. L’iniziativa, promossa su impulso di Barbagallo e sostenuta da diverse forze dell’opposizione, ha come obiettivo dichiarato la richiesta di dimissioni di Schifani. Il caso Amata aggiunge così un ulteriore motivo di contestazione alla vigilia della manifestazione.




