Non è stata soltanto la consegna di una targa. E neppure una delle tante cerimonie istituzionali destinate a esaurirsi tra una stretta di mano, una fotografia e qualche parola di circostanza. Quella celebrata ieri pomeriggio, 29 luglio, nell’Aula consiliare “Francesco Viglianti” del Comune di Santo Stefano di Camastra è stata, prima di tutto, la restituzione pubblica di un’appartenenza.
Il Consiglio comunale ha conferito al generale di Brigata dell’Aeronautica Militare Domenico Catania una targa istituzionale di riconoscimento e gratitudine, inserendo la cerimonia al secondo punto dell’ordine del giorno della seduta convocata per le 17.30. Un gesto ufficiale con il quale la città della ceramica ha voluto rendere omaggio a un uomo che, pur avendo trascorso gran parte della propria vita professionale tra basi militari, Stati maggiori, missioni internazionali e sedi della Nato, non ha mai reciso il filo che lo lega a Santo Stefano di Camastra. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il sindaco Francesco Re, il presidente del Consiglio comunale Laura Maria Scattareggia, gli amministratori comunali, i consiglieri e il maggiore Angelo Salici, comandante della Compagnia Carabinieri di Santo Stefano di Camastra, a testimonianza del valore istituzionale dell’iniziativa.
Domenico Catania, per tutti Mimmo, non è nato a Santo Stefano. È nato a Cremona nel febbraio del 1960, da genitori originari di Barcellona Pozzo di Gotto, ma vi è arrivato da bambino, nell’estate del 1966, quando il padre, carabiniere, si trasferì con tutta la famiglia nel centro stefanese. È qui che è cresciuto, che ha frequentato la scuola, che ha incontrato maestri capaci di lasciare un segno, che ha stretto le amicizie dell’adolescenza e che ha cominciato a immaginare il proprio futuro. È qui, soprattutto, che ha costruito quella parte più intima della propria identità che nessun incarico, nessun viaggio e nessuna distanza avrebbero poi cancellato.
Santo Stefano di Camastra è stata la sua città d’adozione, ma anche molto di più. È stata la casa nella quale tornare, il luogo degli affetti, il paese in cui si è sposato in divisa con Maria Rita Campisi, stefanese, e nel quale per sessant’anni ha continuato a riconoscere una parte essenziale della propria storia.

Dall’Accademia Aeronautica alle missioni internazionali
La carriera del generale Catania comincia nel 1979, subito dopo la maturità scientifica, con la vittoria del concorso per l’ammissione all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Entra come allievo ufficiale pilota del corso Vulcano III, dando inizio a un percorso professionale durato quasi quarant’anni e caratterizzato da una costante ricerca di preparazione tecnica, culturale e umana.
Terminata l’Accademia, viene inviato negli Stati Uniti, nelle basi aeree di Mather, in California, e Holloman, nel New Mexico. Lì consegue il brevetto di navigatore della United States Air Force e completa periodi di addestramento alla navigazione e al combattimento aereo. È il primo passaggio di una carriera che lo porterà a operare in contesti nei quali competenza, freddezza e capacità decisionale non rappresentano semplicemente qualità professionali, ma condizioni indispensabili per tutelare vite umane e interessi nazionali.
Al 37° Stormo dell’Aeronautica Militare di Trapani Birgi comanda la Batteria contraerea radar-missilistica Spada. Sono anni delicati, segnati dalle tensioni nel Mediterraneo e nei Balcani, dalle minacce provenienti dalla Libia di Gheddafi e dalla Serbia di Milošević, dalle esercitazioni Nato e dalle operazioni reali di difesa missilistica.
Catania è un ufficiale cresciuto nel tempo della Guerra fredda, ma destinato a misurarsi con il mondo instabile nato dopo la caduta del Muro di Berlino. Un mondo nel quale le guerre cambiano volto, le missioni militari diventano anche operazioni di osservazione, stabilizzazione, prevenzione e cooperazione internazionale, e agli ufficiali viene richiesto di unire alla preparazione operativa una profonda conoscenza della politica, del diritto e delle relazioni tra gli Stati.
Nel 1995 parte per la missione delle Nazioni Unite UNIKOM, lungo il confine tra Iraq e Kuwait, nella zona demilitarizzata istituita dopo la prima guerra del Golfo. Vi rimane un anno, lavorando insieme a ufficiali provenienti da decine di Paesi. Il suo compito è sorvegliare, via terra e dall’alto, che iracheni e kuwaitiani non dispieghino forze e mezzi da combattimento nell’area sottoposta al controllo dell’Onu.
Non è un incarico da scrivania. È una missione disarmata in una terra ancora segnata dalla guerra, tra campi minati, tensioni, sparatorie e un ambiente naturale estremo. Un’esperienza che restituisce il senso concreto del servizio militare: essere presenti dove l’equilibrio è fragile, dove ogni errore può trasformarsi in incidente internazionale, dove il coraggio non consiste nella ricerca del rischio ma nella capacità di governarlo.
Pochi anni dopo arriva il Kosovo. Tra il 1998 e il 1999 Catania presta servizio prima a Vienna, presso il segretariato dell’Osce, e poi a Pristina, nell’ambito della Kosovo Verification Mission. Si occupa della selezione e del dispiegamento di circa duemila verificatori provenienti dai 54 Stati dell’organizzazione, chiamati a controllare il rispetto delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e degli accordi che avrebbero dovuto porre fine alle atrocità e favorire il cessate il fuoco.
Anche in quel caso, dietro la definizione tecnica dell’incarico, c’è la realtà brutale di un conflitto etnico, con villaggi, famiglie e territori travolti dalla violenza. Catania osserva da vicino una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea. Lo fa senza perdere la lucidità del militare, ma anche senza smarrire la consapevolezza dell’uomo chiamato a confrontarsi con la sofferenza e con il fallimento della politica.

Il militare che ha studiato per comprendere il mondo
A raccontare la figura di Domenico Catania non basta, tuttavia, l’elenco degli incarichi. La sua carriera si distingue per una concezione del servizio fondata sulla formazione continua. Accanto alla preparazione operativa, il generale ha costruito un profilo accademico di livello internazionale.
Ha conseguito una laurea in Scienze aeronautiche all’Università Federico II di Napoli, una laurea magistrale in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Trieste, un master in Studi internazionali strategico-militari presso il Centro Alti Studi della Difesa, la Luiss e l’Università Statale di Milano, un master in gestione delle risorse umane alla Bocconi e una laurea magistrale in Human Resource Management all’Università di Leicester, nel Regno Unito. Ha inoltre frequentato corsi e seminari alla Nato School di Oberammergau e alla National Defense University di Washington.
Non si tratta di titoli collezionati per impreziosire un curriculum. Sono la prova di un metodo: studiare per comandare meglio, conoscere per decidere con maggiore responsabilità, comprendere le persone e le organizzazioni prima di pretendere risultati.
Nel corso della carriera Catania ha guidato reparti, gestito uomini e mezzi, affrontato riorganizzazioni profonde dell’apparato militare e curato l’impiego di migliaia di appartenenti all’Aeronautica. Come capo dell’Ufficio Risorse umane del Comando della Squadra Aerea ha partecipato alla gestione e all’assegnazione degli incarichi di oltre 25 mila militari, compreso il personale destinato alle operazioni in Afghanistan, Iraq, Libia e in altri scenari internazionali.
È questo uno degli aspetti che maggiormente definiscono il suo profilo: l’idea che dietro ogni struttura, ogni procedura, ogni sistema d’arma e ogni missione ci siano sempre le persone. Uomini e donne da preparare, motivare, proteggere, valutare e mettere nelle condizioni di esprimere il meglio delle proprie capacità.
La disciplina, nella sua esperienza, non appare mai come esercizio cieco dell’autorità. Diventa piuttosto responsabilità verso chi dipende dal comando. Un comandante non è soltanto colui che impartisce ordini, ma chi si assume il peso delle conseguenze, tutela il personale e sa che il valore di un’organizzazione si misura anche dalla qualità umana delle relazioni che riesce a costruire.

Dalla cooperazione militare alla Nato
Tra il 2002 e il 2008, presso l’Ufficio Relazioni internazionali dello Stato Maggiore della Difesa, Domenico Catania lavora alla costruzione di programmi di cooperazione bilaterale e multilaterale tra le Forze armate italiane e quelle di circa settanta Paesi.
Partecipa alla negoziazione e alla stesura di accordi nel settore della Difesa con Stati del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. È un lavoro meno visibile rispetto alle missioni operative, ma strategico: costruire relazioni, prevenire incomprensioni, individuare interessi comuni e trasformare il dialogo militare in uno strumento di politica estera.
Nel 2012 assume il comando dell’XI Deposito centrale dell’Aeronautica Militare di Orte, oggi Centro materiali e armamento. È responsabile di un ente composto da circa cinquecento persone e della gestione di materiali, sistemi e armamenti di elevatissimo valore tecnico, operativo e patrimoniale.
Nel settembre del 2014 arriva l’ultimo incarico in servizio attivo, presso il quartier generale della Nato a Bruxelles. Qui rappresenta le Forze armate italiane nei settori del personale, della logistica, delle risorse finanziarie e dei programmi infrastrutturali, della difesa aerea e della difesa missilistica integrata.
È il compimento naturale di un percorso iniziato da ragazzo a Pozzuoli e sviluppatosi attraverso reparti operativi, missioni Onu e Osce, Stati maggiori e organismi internazionali. Il giovane partito da Santo Stefano di Camastra si trova così a rappresentare l’Italia nel cuore dell’Alleanza Atlantica, portando con sé competenze maturate in quasi quattro decenni di servizio. Dal 2018 è in congedo dal servizio attivo con il grado di generale di Brigata.
Le medaglie e il valore che non si vede
Il generale Catania è Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. È stato insignito della Medaglia Mauriziana per dieci lustri di servizio utile, della Croce per quarant’anni di anzianità, della medaglia al merito di lungo comando e di numerose decorazioni legate alle missioni in Iraq-Kuwait, Kosovo, ex Jugoslavia e Libia.
Le decorazioni raccontano la carriera. Ma non la esauriscono. Una medaglia può certificare una missione, un lungo comando, una presenza in un teatro operativo. Non può raccontare completamente le notti trascorse lontano dalla famiglia, il peso delle decisioni, la tensione delle partenze, la responsabilità di chi sa che dalle proprie valutazioni dipendono uomini, mezzi e operazioni.
Non può raccontare fino in fondo la moglie Maria Rita, le figlie Roberta e Daniela, gli affetti che hanno accompagnato una vita scandita da trasferimenti, incarichi e missioni. Dietro ogni uniforme vi è sempre una famiglia che condivide, spesso in silenzio, rinunce e preoccupazioni.
Ed è anche questa dimensione privata a rendere meno retorica e più autentica la celebrazione voluta dal Comune.
La “mosca bianca” dell’Aeronautica
Nel suo intervento, Domenico Catania ha parlato con franchezza. Ha ricordato l’impegno profuso nella carriera, la continua ricerca di preparazione e le responsabilità assunte in campo militare e internazionale. Ha confessato anche di avere avuto ambizioni ancora più alte e di non essersi mai risparmiato, accettando i rischi che gli incarichi comportavano.
Ma le sue parole più significative sono state probabilmente quelle dedicate al rapporto tra Santo Stefano di Camastra e l’Aeronautica Militare.
Catania si è definito una “mosca bianca aeronautica”. Ha ricordato che, in quasi cinquant’anni di appartenenza alla Forza armata e sessant’anni di vita stefanese, non ha mai incontrato un altro giovane del paese che avesse frequentato l’Accademia Aeronautica e indossato la sua stessa uniforme.
Non lo ha detto con compiacimento, ma con una punta di rammarico. Perché il riconoscimento ricevuto non è stato vissuto come il punto finale di una storia personale, bensì come l’occasione per rilanciare un messaggio rivolto ai giovani.
Negli anni il generale ha diffuso bandi di concorso, materiale informativo e proposte per far conoscere le opportunità offerte dall’Aeronautica. Ha immaginato simulatori di volo, stand informativi, visite ai reparti. Ha accompagnato perfino i vecchi compagni di scuola al 37° Stormo di Trapani Birgi, per mostrare loro da vicino quel mondo di tecnologia, preparazione e disciplina che aveva segnato la sua vita.
In questa ostinazione si coglie forse il significato più profondo del suo legame con Santo Stefano. Tornare non soltanto per ricevere un riconoscimento, ma per restituire possibilità. Dimostrare che anche da un piccolo centro della Sicilia si può partire per raggiungere incarichi internazionali, rappresentare l’Italia, lavorare nelle grandi organizzazioni militari e diplomatiche, senza per questo smettere di sentirsi parte della comunità dalla quale si è partiti.

Un riconoscimento accolto senza autocelebrazione
Il momento più autentico della cerimonia è arrivato quando il generale ha ridimensionato la stessa definizione di “cittadino illustre”.
Ha ringraziato il sindaco Francesco Re, ricordando le comuni esperienze giovanili nell’associazione cattolica guidata da padre Nino Mastrolembo, il vicesindaco Santo Rampulla, la presidenza del Consiglio, la Giunta e tutti i consiglieri che hanno sostenuto l’iniziativa.
Poi ha allargato lo sguardo. Ha dedicato il riconoscimento agli artigiani e agli imprenditori della ceramica, senza i quali Santo Stefano perderebbe una parte fondamentale della propria identità e della propria fama. Lo ha dedicato agli operatori scolastici, agli insegnanti, ai sanitari, alle forze dell’ordine, ai dipendenti pubblici e privati, a quanti svolgono ogni giorno il proprio lavoro con serietà e responsabilità.
E ha rivolto un pensiero ai giovani costretti a partire per cercare altrove un futuro, augurandosi che possano un giorno tornare e mettere le competenze acquisite al servizio della propria terra.
È qui che la celebrazione ha smesso definitivamente di essere un elogio individuale. L’uomo abituato ai gradi, agli incarichi, alle missioni e alle decorazioni ha rifiutato di collocarsi sopra la comunità. Ha preferito riconoscersi dentro di essa. “Cittadino illustre”, certamente, ma non il primo e nemmeno l’ultimo. Uno tra i tanti uomini e donne che rendono un paese degno di essere conosciuto, rispettato e ricordato.
È un modo profondamente militare di intendere l’onore: non come privilegio personale, ma come responsabilità condivisa.
Un generale stefanese nel mondo
Santo Stefano di Camastra è conosciuta come la città della ceramica. È una definizione che racchiude arte, lavoro, creatività, tradizione e identità. Da ieri, nel patrimonio simbolico del paese, vi è anche la storia di un generale dell’Aeronautica Militare che da quelle strade è partito e in quelle strade ha continuato a riconoscersi.
Domenico Catania ha attraversato alcuni degli scenari più complessi della storia contemporanea: il confine tra Iraq e Kuwait dopo la guerra del Golfo, il Kosovo delle violenze etniche, le trasformazioni delle Forze armate dopo la fine della Guerra fredda, i rapporti internazionali della Difesa, le operazioni Nato e i processi decisionali dell’Alleanza Atlantica.
Ha conosciuto il volto tecnologico della guerra e quello diplomatico della pace. Ha maneggiato sistemi complessi, diretto uomini, amministrato risorse, scritto accordi, affrontato missioni e rappresentato l’Italia all’estero.
Eppure, nel momento in cui la sua città ha deciso di celebrarlo, non ha scelto di raccontarsi come un eroe distante. Ha ricordato i compagni di scuola, l’associazione cattolica, il bosco di Capizzi, la moglie, le figlie, gli artigiani, gli insegnanti e i giovani che partono.
È forse questa la cifra più vera dell’uomo celebrato dal Consiglio comunale.
Un militare che ha raggiunto il grado di generale senza smettere di considerarsi Mimmo. Un ufficiale che ha lavorato nei luoghi in cui si decide la sicurezza delle nazioni, ma che continua a rendersi disponibile anche per le necessità più semplici della comunità: dalle previsioni meteorologiche per la festa della Madonna alla ricerca di soluzioni per un trasporto sanitario urgente.
“Io ci sono sempre stato e sempre ci sarò”, ha detto.
In fondo, il valore di una carriera non si misura soltanto dalla distanza percorsa, ma dalla capacità di non dimenticare il luogo dal quale si è partiti.
Ieri Santo Stefano di Camastra ha ringraziato il generale Domenico Catania per avere dato lustro alla città della ceramica. Ma, celebrandolo, ha anche riconosciuto un modello: quello di chi parte senza rinnegare le proprie radici, cresce senza dimenticare gli altri e raggiunge ruoli prestigiosi senza perdere il senso della misura.
Una targa può fissare una data e un riconoscimento. La storia di Mimmo Catania racconta qualcosa di più duraturo: che si può appartenere al mondo e restare, nello stesso tempo, profondamente legati a un piccolo paese affacciato sul Tirreno.
E che l’onore più grande, dopo una vita trascorsa al servizio dell’Italia, può essere ancora quello di sentirsi dire dalla propria comunità: questa è casa tua.




