A Firenze è in corso un processo che riguarda le dichiarazioni di Salvatore Baiardo e le accuse che avrebbe rivolto contro chi le ha raccontate. L’ex gelataio di Omegna, già condannato per avere favorito la latitanza dei fratelli Graviano, risponde, tra le altre contestazioni, di calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cesara, Giancarlo Ricca.
Uno dei nodi del procedimento è una presunta fotografia. Secondo quanto riferito da Giletti, Baiardo gli avrebbe parlato di un’immagine che ritrarrebbe insieme Silvio Berlusconi, il boss Giuseppe Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Il contrasto tra le versioni rese sulla vicenda è entrato nel processo, nel quale l’accusa sta approfondendo anche i presunti rapporti tra i personaggi chiamati in causa. L’esistenza e il contenuto della fotografia, tuttavia, non possono essere considerati accertati sulla base del solo racconto.
È in questa cornice che stamattina, 9 settembre, è stato ascoltato Giovanni Brusca, in collegamento da una località protetta. La sua deposizione riporta l’attenzione sulle ambizioni politiche di Cosa nostra dopo gli attentati del 1992 e del 1993. Il processo resta però a carico di Baiardo, la cui responsabilità dovrà essere accertata dal tribunale nel rispetto della presunzione di innocenza: non è un giudizio sull’intera storia dei rapporti tra mafia e politica.
Il passaggio più significativo riguarda una strategia che, secondo Brusca, sarebbe stata discussa con Leoluca Bagarella nel 1994. Le bombe erano già esplose e nei ragionamenti dei boss si valutava come sfruttarne gli effetti politici: far apparire le stragi come suggerite dalla sinistra e favorire Silvio Berlusconi.
Accanto alla violenza, dunque, anche una versione delle sue responsabilità da utilizzare per indirizzare i sospetti e condizionare la scena pubblica. La cronologia è essenziale: Brusca riferisce di un progetto per sfruttare attentati già compiuti. Questo passaggio, da solo, non dimostra che le stragi fossero state concepite fin dall’origine per favorire la nascita di Forza Italia. Né indica un coinvolgimento della sinistra: descrive l’intenzione mafiosa di attribuirle un ruolo nell’ispirazione degli attentati.
La testimonianza pone così una domanda precisa: fino a che punto Cosa nostra pensava di poter intervenire nella trasformazione politica del Paese, utilizzando la paura delle bombe e una ricostruzione interessata delle loro responsabilità?
Nel racconto di Brusca, la ricerca di un interlocutore passa attraverso Vittorio Mangano. Sarebbe stato lui a ricevere l’incarico di avvicinare Berlusconi e a riferire ai mafiosi l’esito del tentativo: un contatto, attraverso Dell’Utri o altri canali, e una disponibilità ad aiutarli attribuita all’imprenditore.
È il punto più delicato della ricostruzione. La decisione dei boss di cercare un contatto va distinta dall’accertamento di chi abbia effettivamente ricevuto il messaggio e di quale risposta abbia dato. Brusca riferisce ciò che Mangano avrebbe riportato: per stabilire se all’iniziativa mafiosa sia seguita un’intesa occorrono quindi ulteriori elementi.
La stessa distinzione aiuta a leggere un altro passaggio della deposizione: la minaccia di nuove bombe qualora il sostegno atteso non fosse arrivato. Secondo il collaboratore, gli attentati sarebbero serviti a mettere Berlusconi politicamente in difficoltà.
Avvicinamento e intimidazione compaiono così nello stesso racconto. Cosa nostra avrebbe cercato un interlocutore dal quale ottenere benefici, riservandosi di danneggiarlo sul piano politico se le aspettative fossero rimaste deluse. Quanto questa pressione fosse arrivata a destinazione e quali effetti avesse prodotto resta da chiarire.
Anche il riferimento a Sicilia Libera, il progetto politico al quale Brusca dice di avere inizialmente aderito per poi ritirarsi, acquista significato in questa prospettiva. Nella sua ricostruzione, all’interno dell’organizzazione si valutavano strade diverse per trovare rappresentanza e protezione: iniziative proprie e tentativi di avvicinare interlocutori esterni, alla ricerca di una collocazione nei nuovi equilibri del Paese. Il racconto descrive queste ambizioni, senza dimostrare, di per sé, che si siano tradotte nei risultati sperati.
Il particolare destinato a colpire maggiormente l’attenzione è però un altro: l’orologio da 500 milioni di lire che Giuseppe Graviano avrebbe visto al polso di Berlusconi. Brusca sostiene di averne sentito parlare da Matteo Messina Denaro durante una partita a poker, dopo l’arresto di Bagarella nel 1995.
Il dettaglio è vivido, ma la sua precisione apparente non elimina la distanza dall’episodio. Brusca racconta ciò che Messina Denaro gli avrebbe riferito su Graviano; non descrive un incontro al quale abbia assistito. Il valore dell’orologio, per quanto suggestivo, non chiarisce né la data né la natura del presunto contatto.
La deposizione offre dunque elementi per esaminare le strategie mafiose e i rapporti che i boss sostenevano di avere o cercavano di costruire. Non consegna una spiegazione definitiva della stagione stragista.
Il passaggio sulle responsabilità da attribuire alla sinistra conserva, tuttavia, un rilievo particolare: secondo il collaboratore, nei ragionamenti dei boss anche la lettura pubblica delle stragi poteva diventare uno strumento di potere. Accertare chi organizzò la violenza e capire chi tentò di sfruttarne il significato politico sono questioni collegate, ma richiedono prove distinte. È tenendo ferma questa distinzione che la testimonianza di Brusca merita di essere esaminata.




