Non è più soltanto un problema di loculi. E, soprattutto, non è più possibile definirlo un’emergenza. Un’emergenza è qualcosa che arriva improvvisamente. Quella del cimitero comunale di Sant’Agata di Militello, invece, è una situazione conosciuta da anni, denunciata, documentata, discussa in Consiglio comunale, finita all’attenzione dell’Asp e persino della Procura della Repubblica di Patti. Eppure siamo ancora qui.
Bare collocate praticamente ovunque sia stato possibile ricavare uno spazio, in attesa di una sistemazione definitiva. Con il caldo di agosto, però, alla già intollerabile precarietà si aggiunge un elemento che impone di alzare ulteriormente il livello dell’attenzione: odori nauseabondi vengono segnalati nelle aree nelle quali sono custoditi i feretri.
È il punto nel quale la vicenda cambia natura. Finché mancano i loculi siamo davanti a un problema amministrativo, organizzativo e politico. Quando dai feretri provengono cattivi odori e quegli stessi ambienti si trovano all’interno di un cimitero quotidianamente frequentato dai cittadini, entra inevitabilmente in gioco anche un’altra questione: quella igienico-sanitaria.
QuadroChiaro non possiede – né potrebbe possedere – gli elementi tecnici per affermare che esista un rischio per la salute. Sarebbe irresponsabile trasformare un odore sgradevole nella prova di un pericolo sanitario. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile fare il contrario: considerare normale ciò che normale non è senza che l’autorità sanitaria competente abbia verificato e certificato le condizioni esistenti.
Per questo oggi la domanda non riguarda soltanto il Comune. Riguarda anche l’Asp di Messina. Ha effettuato recentemente un sopralluogo? Conosce il numero dei feretri attualmente in deposito? Ha verificato i locali nei quali vengono custoditi, lo stato delle casse e le condizioni ambientali determinate dalle elevate temperature?
Se lo ha fatto, sarebbe opportuno conoscerne l’esito. Se non lo ha fatto, sarebbe opportuno capire perché.
Il problema non è agosto. Il problema sono gli anni
Raccontare ciò che sta accadendo come l’ennesima “emergenza loculi” rischierebbe di assolvere involontariamente chi aveva il compito di impedirne la reiterazione. Perché un’emergenza, per definizione, contiene una componente di imprevedibilità. Qui di imprevedibile c’è ormai pochissimo.
Sant’Agata conosce da anni la propria disponibilità cimiteriale. Conosce il numero medio dei decessi. Conosce il fabbisogno di loculi. Conosce le difficoltà delle strutture esistenti. Conosce perfettamente anche ciò che accade quando un feretro rimane troppo a lungo in attesa durante i mesi più caldi.
Non è una deduzione giornalistica.
Lo aveva scritto lo stesso Comune nell’agosto del 2025, quando, annunciando la consegna definitiva degli 84 loculi realizzati in autofinanziamento, sottolineava la presenza di salme temporaneamente collocate nella sala mortuaria e nella cappella e richiamava espressamente la necessità di procedere rapidamente alle tumulazioni a causa delle elevate temperature e per garantire il rispetto delle norme igienico-sanitarie. Dunque si sapeva. Ed è proprio questo a rendere più difficile accettare ciò che sta accadendo oggi.
Nel settembre 2025 QuadroChiaro aveva già raccontato praticamente la stessa scena
La memoria, quando si amministra, non è un dettaglio. Il 7 settembre 2025 QuadroChiaro entrò nel cimitero e documentò una situazione che avrebbe dovuto rappresentare un punto di non ritorno. Nella chiesa erano custodite diverse bare. L’odore era fortissimo. In alcuni casi vennero documentate anche fuoriuscite di liquidi dai feretri.
Il giornale era già intervenuto il giorno precedente e aveva raccolto le rassicurazioni dell’allora assessore Domenico Barbuzza. Tornando sul posto, però, trovò una situazione che impose di riproporre pubblicamente la questione sotto il profilo igienico-sanitario. Non stiamo parlando di dieci anni fa. Stiamo parlando di undici mesi fa. E quando undici mesi dopo si torna a raccontare bare in attesa e cattivi odori, la questione non può più essere archiviata nella categoria della fatalità. Diventa una domanda sulla capacità di governo del problema.
Una storia che comincia molto prima
In realtà bisogna arretrare ancora. Già nel febbraio 2021 la carenza di loculi aveva prodotto una situazione paradossale: due salme risultavano ferme da circa un mese nella camera mortuaria perché non c’erano posti disponibili. La mancanza di sepolture veniva descritta già allora come un problema cronico.
Negli anni successivi sono arrivate interrogazioni, mozioni, denunce politiche e una petizione sottoscritta da oltre 1.800 cittadini. Nel 2022 la situazione portò persino all’adozione di un’ordinanza contingibile e urgente del sindaco per fronteggiare un’emergenza con implicazioni igienico-sanitarie.
Nel 2024 il Consiglio comunale intervenne sul regolamento delle concessioni cimiteriali introducendo una disciplina specifica per le situazioni di “carenza di loculi e grave pregiudizio igienicosanitario delle salme”. Sono parole che oggi vale la pena rileggere. Perché significano che il problema non soltanto era noto: era stato riconosciuto formalmente dalle istituzioni.
I loculi costruiti non sono bastati
Successivamente venne avviato il percorso per realizzare nuovi loculi attraverso l’autofinanziamento. L’operazione portò nell’estate 2025 alla consegna di 84 nuovi posti, certamente utili a tamponare una situazione ormai difficilissima. Ma tamponare e risolvere sono due verbi diversi. Quegli 84 loculi hanno consentito di dare risposta a una parte del fabbisogno immediato. A distanza di un anno, però, le bare sono nuovamente in attesa.
Ed è qui che il giudizio politico deve liberarsi sia dalla propaganda dell’amministrazione sia dalla tentazione opposta di attribuire all’attuale governo cittadino ogni problema accumulato nella storia del camposanto. L’amministrazione Mancuso non ha inventato la carenza di spazi cimiteriali di Sant’Agata. Questo va detto. Ma governa la città da abbastanza tempo perché non possa più limitarsi a ereditarne le cause. Chi amministra eredita i problemi, ma dopo anni eredita anche la responsabilità di non averli risolti. Ed è esattamente su questo terreno che oggi deve essere valutata l’azione amministrativa.
Anni trascorsi a discutere del futuro mentre il presente continuava a riempirsi di bare
Una parte consistente della vicenda ruota attorno al contestatissimo project financing per l’ampliamento e la gestione del cimitero. Una storia durata anni. Delibere, proposte, passaggi consiliari, emendamenti, scontri politici, contestazioni sui costi, sulla durata della concessione e sul ruolo che avrebbe assunto il soggetto privato.
Nel dicembre 2025 QuadroChiaro raccontava ancora una volta un Consiglio comunale spaccato sul progetto, con l’opposizione che chiedeva lo stralcio e la maggioranza che respingeva gli emendamenti. Il confronto politico è legittimo. Anzi, su una scelta destinata a incidere per anni sulla gestione di un servizio così delicato è persino necessario. Ma esiste un parametro molto più semplice con il quale misurare l’efficacia dell’azione pubblica. Mentre si discuteva del modello con cui gestire il cimitero di domani, dove venivano messi i morti di oggi?
È una domanda brutale soltanto in apparenza, perché è esattamente questo il servizio che un cimitero deve garantire. Tutto il resto – project financing, concessioni, piani economici, regolamenti – rappresenta lo strumento. La sepoltura è il risultato. E oggi quel risultato continua a non essere garantito con la normalità che dovrebbe caratterizzare un servizio pubblico essenziale.
Poi è arrivata la Procura
Nel frattempo la vicenda ha superato i confini della politica. Il 5 giugno 2025 un cittadino santagatese presentò alla Procura della Repubblica di Patti, attraverso la Guardia di Finanza, un articolato esposto chiedendo verifiche su diversi aspetti della gestione del camposanto.
Nel documento venivano sollevate questioni relative alla carenza di loculi, al project financing, alle operazioni cimiteriali, alla tenuta dei registri e alla gestione dei resti provenienti da esumazioni ed estumulazioni. Da quell’esposto sono scaturiti accertamenti che non possono essere considerati marginali. Nel gennaio 2026 la Procura ha aperto un fascicolo e la Guardia di Finanza è intervenuta all’interno del cimitero.
Il 14 gennaio QuadroChiaro diede notizia del sequestro di due ossari.
Le immagini all’origine degli approfondimenti mostravano quelli che apparivano come frammenti ossei riconducibili a resti umani e, nelle vicinanze, materiale proveniente da attività cimiteriali. L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Patti, ha successivamente riguardato ipotesi relative alla gestione e allo smaltimento di rifiuti cimiteriali e fattispecie ben più delicate sulle quali soltanto gli accertamenti giudiziari potranno stabilire se esistano responsabilità penali.
A giugno un altro sequestro
Il 29 giugno 2026, però, la Guardia di Finanza è tornata nel camposanto. Questa volta sono stati sottoposti a sequestro un magazzino e un’altra porzione del cimitero, dopo il rinvenimento tra la vegetazione di materiali riconducibili ad attività cimiteriali, tra cui frammenti di lapidi e parti di casse funebri.
Anche qui ogni valutazione penale appartiene esclusivamente alla magistratura. Politicamente e amministrativamente, però, qualcosa può già essere detto. Due interventi della Guardia di Finanza e più aree sottoposte a sequestro nel giro di pochi mesi avrebbero dovuto determinare una ricognizione straordinaria dell’intero sistema cimiteriale. Non per cercare colpevoli, quello è compito della Procura, ma per verificare procedure, spazi, depositi, registri, modalità di custodia, gestione dei materiali, fabbisogno di loculi e condizioni complessive del camposanto. Perché un’amministrazione non deve aspettare una sentenza per correggere ciò che amministrativamente non funziona.
La Procura accerta i reati. La politica risponde dei risultati
È probabilmente questa la distinzione più importante. Sarebbe scorretto utilizzare l’esistenza dell’inchiesta per trasformare una critica amministrativa in un’accusa penale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare l’assenza di condanne per sostenere che, sul piano politico, non esista alcun problema. Sono due piani differenti. La Procura deve stabilire se siano stati commessi reati. I cittadini possono già chiedere perché, dopo anni, continuino a mancare i posti per seppellire i propri morti.
Per giudicare una politica pubblica non occorre un codice penale. Bastano i risultati. E il risultato, oggi, è davanti agli occhi: bare ancora una volta sistemate dove è possibile sistemarle.
L’Asp non può essere uno spettatore
Poi c’è l’altra istituzione chiamata in causa. L’Asp di Messina. Qui occorre essere altrettanto precisi. Non sappiamo se gli odori segnalati corrispondano a condizioni potenzialmente pericolose. Non sappiamo se esistano dispersioni. Non sappiamo quale sia lo stato dei singoli feretri né se i locali nei quali sono custoditi rispettino tutte le condizioni previste.
Ed è precisamente perché non lo sappiamo che dovrebbe intervenire chi ha competenze e strumenti per saperlo. Un controllo dell’autorità sanitaria non rappresenterebbe una condanna preventiva dell’amministrazione. Rappresenterebbe esattamente il contrario: l’unico modo serio per sostituire alle supposizioni un accertamento tecnico. Il cimitero non è un luogo chiuso al pubblico.
Ogni giorno vi entrano cittadini. Molti sono anziani. Si soffermano davanti alle tombe, percorrono gli spazi comuni, frequentano cappelle e locali accessibili. Se esiste anche soltanto il dubbio che la prolungata permanenza di numerosi feretri durante settimane caratterizzate da temperature elevate possa determinare criticità igienico-sanitarie, quel dubbio deve essere sciolto. Non dai social. Non dalla politica. Non da QuadroChiaro. Dall’Asp.
Quello che Comune e Asp devono chiarire
A questo punto, però, non bastano più le dichiarazioni di principio, le rassicurazioni generiche o il richiamo alla complessità di un problema che, proprio perché si trascina da anni, avrebbe dovuto produrre soluzioni e non ulteriore attesa. Servono innanzitutto numeri, date e atti verificabili.
Occorre sapere con precisione quanti feretri siano attualmente in attesa di tumulazione e, soprattutto, da quanto tempo il più vecchio si trovi in questa condizione. È necessario chiarire dove vengano custodite le salme e se tutti gli ambienti utilizzati siano formalmente e materialmente idonei a una permanenza che, in alcuni casi, potrebbe essersi protratta ben oltre quella che dovrebbe essere una situazione temporanea.
Allo stesso modo, il Comune dovrebbe rendere pubblico un quadro aggiornato della reale disponibilità del cimitero: quanti loculi siano oggi immediatamente utilizzabili, quale sia il fabbisogno stimato per i prossimi dodici mesi, quali interventi siano già finanziati e, soprattutto, in quale data concreta i nuovi posti potranno essere effettivamente utilizzati. Perché tra finanziare un’opera, progettarla, realizzarla e poter finalmente tumulare una salma possono trascorrere mesi, talvolta anni. Ed è precisamente dentro questo intervallo che continua a vivere l’emergenza.
C’è poi una questione ancora più immediata: capire se esista un piano temporaneo nel caso in cui il numero dei feretri in attesa dovesse ulteriormente aumentare. Non è un’ipotesi astratta, ma una possibilità che dovrebbe essere stata prevista da tempo, considerata la situazione ormai strutturale del cimitero.
Infine c’è l’aspetto sul quale, soprattutto in questi giorni di caldo e alla luce delle segnalazioni relative alla presenza di odori provenienti dalle bare, non possono esistere zone grigie: quello igienico-sanitario. È necessario conoscere quando l’Asp di Messina abbia effettuato l’ultimo sopralluogo, quali ambienti siano stati controllati, cosa sia stato accertato e se siano state impartite prescrizioni. E, qualora un controllo recente non sia stato effettuato, sarebbe altrettanto importante comprenderne la ragione.
Non si tratta di alimentare allarmismi né di anticipare valutazioni sanitarie che spettano esclusivamente agli organismi competenti. Si tratta, al contrario, di pretendere che proprio quegli organismi verifichino e dicano con chiarezza se le condizioni siano compatibili con le norme e con la tutela di chi ogni giorno entra nel cimitero.
Sono informazioni elementari per misurare la reale dimensione del problema e capire quanto ancora possa durare. La complessità amministrativa può spiegare un ritardo; non può diventare il modo sofisticato con cui, anno dopo anno, si evita di dare risposte alle domande più semplici.
Ad agosto fa caldo. Anche questo era prevedibile
C’è infine un dettaglio che dettaglio non è: siamo ad agosto. Il Comune sapeva già nell’agosto dello scorso anno che il caldo rendeva urgente ridurre i tempi di permanenza delle salme nei locali provvisori. A settembre noi abbiamo documentato cattivi odori e fuoriuscite da alcune bare. Oggi il problema si ripresenta. Non si può arrivare ogni estate a scoprire che ad agosto fa caldo. E non si può programmare un servizio cimiteriale come se i decessi fossero eventi eccezionali.
Un’amministrazione conosce statisticamente quanti cittadini muoiono ogni anno. Conosce i posti disponibili. Conosce le concessioni in scadenza, le possibilità di recupero, gli interventi programmati e i tempi necessari per costruire nuovi loculi. Se il sistema arriva ciclicamente alla saturazione, significa che tra il fabbisogno e la risposta esiste uno scarto. Ed è quello scarto che il sindaco Mancuso deve spiegare.
Il rispetto dei morti si misura anche nell’efficienza dei vivi
Esiste infine una dimensione che nessun piano economico-finanziario riesce a contenere. Dietro ogni bara appoggiata provvisoriamente in attesa di un posto non c’è un numero. C’è una famiglia. C’è qualcuno che ha accompagnato un padre, una madre, un marito, una moglie, un figlio fino al cimitero pensando che quello fosse l’ultimo passaggio di un dolore e che invece scopre che perfino la sepoltura deve aspettare.
Un Comune non può impedire la morte. Ma ha il dovere di organizzarsi affinché la mancanza di programmazione non aggiunga precarietà al lutto. È questo che rende la vicenda del cimitero di Sant’Agata molto più seria della semplice conta dei loculi mancanti.
Per anni sono state cercate soluzioni. Alcune sono state realizzate. Altre sono rimaste impigliate nella contrapposizione politica. Nel frattempo sono arrivati gli esposti, la Procura, la Guardia di Finanza, i sequestri. E le bare continuano ad aspettare.
A questo punto sarebbe persino riduttivo chiedere l’ennesima soluzione d’emergenza. Serve sapere quale sia la soluzione definitiva. Se esiste, quanto costa, chi deve realizzarla e soprattutto quando sarà pronta. Il cimitero di Sant’Agata non può continuare a vivere una “emergenza permanente”. Le due parole, messe insieme, sono una contraddizione. Quando un’emergenza diventa permanente, ha già cambiato nome, si chiama problema irrisolto.
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