In Sicilia, da qualche giorno a questa parte, si è diffusa una malattia politica misteriosa: colpisce solo chi porta addosso l’etichetta della Democrazia Cristiana. E tutto ciò da quando la Procura di Palermo ha acceso i riflettori su un intricato sistema di potere che, secondo l’accusa, ha infiltrato la politica e pubblica amministrazione, in cui figura, tra gli altri, l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro, accusato di associazione a delinquere, corruzione e turbata libertà degli incanti.
Una malattia istituzionale, un contagio immaginario che trasforma amministratori stimati in sospetti fuorilegge, solo perché ritenuti “in quota” al partito sbagliato nel momento sbagliato.
L’ultimo “contagiato” è Giuseppe Ferrarello, sindaco di Gangi e neo presidente dell’Ente Parco delle Madonie.
La Giunta regionale lo ha nominato su proposta dell’assessore al Territorio e all’Ambiente, e ora la Commissione Affari Istituzionali dell’ARS dovrà ratificare la scelta. Una procedura normale, limpida, istituzionale. Eppure, come accade sempre più spesso nel teatrino politico, la normalità non è abbastanza. Serve la polemica, il retropensiero, la fogna dei sospetti.
Così prende quota la voce secondo cui la nomina a Presidente del Parco delle Madonie sarebbe “in bilico”, perché Ferrarello è stato indicato in quota Democrazia Cristiana ed è vicino a Cuffaro. Non importa il curriculum, non importa la storia amministrativa, non importa la competenza. Importa la sigla. E quella sigla, che da quando è stata resa nota l’indagine che coinvolge un totale di 18 persone tra politici, funzionari e imprenditori, sembra equivalere a una sorta di marchio d’infamia politica.
E, stando a ciò che si dice in giro, non è difficile immaginare che a Ferrarello possa toccare la stessa sorte dei due assessori cuffariani, Messina e Albano, che, come se fossero “appestati”, sono stati messi alla porta da Schifani, unicamente per la loro vicinanza politica a un soggetto indagato e a un partito che, fino a prova contraria, rimane legittimo e rappresentato nelle istituzioni. Messi alla porta dallo stesso Schifani che continua a ritenere normale la presenza in giunta di Elvira Amata, indagata per corruzione in concorso e accettare serenamente il presidente del Parlamento siciliano Gaetano Galvagno, sotto inchiesta per corruzione, peculato e truffa.
Non si tratta di valutare persone, capacità o risultati: basta dire “DC” e scatta il cordone sanitario. E allora eccoci: Ferrarello, amministratore esperto, sindaco apprezzato, uomo del territorio, diventa improvvisamente oggetto di timori e pruderie da salotto politico. Non perché abbia fatto qualcosa, ma perché “porti il simbolo sbagliato”.
Il punto vero è un altro: quando un sistema politico per paura arriva a trattare un’intera componente come se fosse radioattiva, accettando però al proprio interno soggetti indagati per reati gravi, non sta colpendo i singoli — sta ammettendo la propria fragilità.
Perché se la politica fosse seria, non avrebbe bisogno di trasformare l’appartenenza partitica in un pretesto per fare pulizia discriminatoria sacrificando i criteri di merito sull’altare delle convenienze del momento.




