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La dignità del lavoro spezzata sull’asfalto

Erano usciti di casa quando era ancora buio. Quattro uomini, quattro lavoratori, quattro padri di famiglia diretti nelle campagne dell’Agrigentino per una giornata di raccolta delle olive. Un tragitto quotidiano, apparentemente uguale a tanti altri. Ma poco prima delle 7 del mattino, lungo la Statale 123 nel territorio di Naro, quel viaggio si è trasformato in una tragedia che ha sconvolto Canicattì.

Antonio Agrò, 65 anni, Diego Giordano, 53 anni, Antonino Di Vicenzo, 60 anni, e Gioacchino Liborio Ferrigno, 63 anni, hanno perso la vita nello scontro tra la Fiat Punto sulla quale viaggiavano e un autoarticolato. Alla guida del mezzo pesante c’era un uomo di 43 anni, rimasto illeso.

La dinamica è ancora al vaglio degli investigatori. Spetterà ai rilievi della Polizia stradale e dei carabinieri chiarire cosa sia accaduto in quei pochi, terribili istanti: la posizione dei mezzi, le condizioni dell’asfalto, la visibilità, ogni elemento utile a ricostruire con precisione le responsabilità. Ciò che appare certo è la violenza dell’impatto. La piccola utilitaria è rimasta devastata e per due delle vittime è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco, chiamati a estrarle dalle lamiere dell’abitacolo deformato.

Sul posto sono arrivati i sanitari del 118, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e il sindaco di Canicattì Vincenzo Corbo. Ma per i quattro uomini non c’era più nulla da fare.

La città è sotto shock. Non si tratta soltanto di quattro nomi aggiunti a una statistica di incidenti, né di una drammatica notizia di cronaca destinata a scorrere rapidamente sui telefoni. Dietro quei nomi ci sono famiglie che stavano aspettando un ritorno, tavole apparecchiate, telefonate che non arriveranno, figli e mogli chiamati improvvisamente a fare i conti con un vuoto impossibile da colmare.

Erano uomini che stavano andando a lavorare. Non a cercare svago, non a inseguire leggerezza: si stavano muovendo all’alba per guadagnarsi da vivere. È questo il dettaglio che rende la tragedia ancora più dolorosa. La strada verso il lavoro dovrebbe essere un passaggio normale della vita quotidiana, non il confine oltre il quale una famiglia rischia di perdere per sempre un padre, un marito, un fratello.

Il sindaco Corbo ha annunciato il lutto cittadino, raccogliendo il sentimento di un’intera comunità: «Una giornata che doveva essere di quotidiano e dignitoso lavoro nei campi si è trasformata in una tragedia immane». Parole semplici, ma profondamente vere. Il dolore delle quattro famiglie è diventato il dolore di Canicattì.

Anche Cgil e Flai Sicilia hanno espresso cordoglio, richiamando l’attenzione su un tema che non può restare sullo sfondo: le condizioni della viabilità siciliana e la tutela di chi si sposta ogni giorno per lavoro. Le cause dello schianto dovranno essere accertate senza anticipare giudizi. Ma una riflessione sulle strade, sulla manutenzione, sulla sicurezza e sulla prevenzione è doverosa.

In Sicilia, soprattutto nelle aree interne e rurali, raggiungere il posto di lavoro significa spesso affrontare percorsi segnati da carreggiate difficili, segnaletica insufficiente, illuminazione assente, manutenzioni attese per anni e convivenza complessa tra automobili, mezzi pesanti e veicoli agricoli. La sicurezza stradale non può essere evocata soltanto dopo una tragedia: deve essere programmata prima, attraverso controlli, investimenti e interventi concreti.

C’è poi un altro aspetto che merita rispetto e attenzione: la tutela del lavoro agricolo. La raccolta delle olive, come tante attività stagionali, vive di sveglie all’alba, spostamenti in gruppo e sacrifici spesso invisibili. Le verifiche sul rispetto dei contratti, delle coperture assicurative e delle norme di sicurezza sono importanti non come esercizio burocratico, ma come segno concreto di civiltà verso chi lavora.

Oggi, tuttavia, il tempo delle domande non deve cancellare il tempo del silenzio e del cordoglio. Canicattì ha perso quattro suoi cittadini. Quattro uomini usciti di casa con l’idea di tornare la sera, magari stanchi, magari con il peso di una giornata di lavoro sulle spalle, ma vivi. Non torneranno.

E questa è la ferita più profonda: quattro padri di famiglia hanno imboccato una strada per andare a lavorare e quella strada li ha strappati ai loro affetti. Davanti a un dolore così grande, prima di ogni analisi, resta il dovere umano di stringersi alle loro famiglie. Poi, con la stessa serietà, resta il dovere delle istituzioni e della politica di fare in modo che nessun’altra casa debba attendere invano chi era uscito soltanto per lavorare.

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