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la Sicilia viene promossa per attrarre visitatori o per fare pubblicità a chi governa?

Promuovere la Sicilia non è uno scandalo. Il turismo è una risorsa strategica e una Regione che tace su sé stessa si svende da sola. Il problema è un altro: quanto costa raccontare la Sicilia, con quali criteri si scelgono i destinatari dei soldi pubblici, che risultati si ottengono e chi controlla davvero. Nel 2026, a queste domande la Regione risponde soprattutto con silenzio.

Autopromozione pagata con soldi pubblici

La giunta ha messo sul piatto 200mila euro l’anno per il triennio 2026-2028 per raccontare i risultati del governo su televisioni, radio, giornali, web, social e affissioni, con talk e tavole tematiche incluse. La motivazione ufficiale è nobile: informare i cittadini sui risultati economici e finanziari dell’Isola.

Ma la sequenza è imbarazzante: il governo paga per spiegare che il governo va bene. Non è informazione istituzionale, è autopromozione con la cassa della Regione. E chi spende denaro pubblico per celebrare se stesso ha l’onere di dimostrare, con dati verificabili, che si tratta di servizio ai cittadini e non di pubblicità politica mascherata.

Rai: sei milioni diventano quattro, poi i capitoli si spostano

Il caso più vistoso è l’accordo con la Rai. Quando la giunta lo ha approvato, la cifra annunciata era di sei milioni di euro in due anni. La convenzione firmata a Palazzo d’Orléans il 20 aprile, invece, viene descritta dalla stampa come un’intesa biennale da quattro milioni.

Forse c’è una spiegazione tecnica: Iva, voci separate, servizi organizzativi affidati altrove. Ma nessuna fonte consultata la fornisce. E proprio questa opacità è il problema: prima che un cittadino venga rassicurato sull’investimento, vorrebbe sapere perché il conto cambia.

Poi arrivano i movimenti interni. Secondo La Sicilia, 800mila euro della convenzione sarebbero destinati allo show di Capodanno “L’anno che verrà”. A settembre, la Rai avrebbe proposto una rimodulazione dei fondi, con 80mila euro devoluti alla puntata natalizia di Alberto Angela a Palermo.

Una convenzione i cui capitoli si rimescolano con questa facilità non sembra un piano di promozione: sembra un contenitore di soldi da ridistribuire. E se non è chiaro cosa sia stato promesso, è impossibile capire che cosa verrà misurato.

Un bando positivo, ma senza risposte sui risultati

Va dato atto che non tutto funziona per affidamenti diretti. “Sicilia che piace 2026”, il programma dell’assessorato alle Attività produttive, passa da avvisi pubblici: quattro milioni ripartiti in tre linee — 1,8 milioni a imprese e privati, con 300mila euro riservati alle agenzie di comunicazione; 1,6 milioni agli enti locali; 600mila euro alle associazioni.

A maggio la quota per i Comuni è stata portata da circa 1,6 a oltre 2,3 milioni, mentre la graduatoria definitiva dei privati vale 2.175.000 euro. Un bando è sempre meglio di una raccomandata. Ma la domanda resta: un euro speso in eventi, spot e comunicazione produce quanti arrivi turistici, quanta export, quanto fatturato?

Finché la Regione non risponde, “promuovere la Sicilia” resta una formula retorica, non una politica misurabile.

Il precedente SeeSicily dovrebbe far paura

La Regione non inizia oggi, e il passato non è rassicurante. Sul programma SeeSicily, l’Autorità di Audit regionale aveva giudicato non ammissibile una spesa di 680.118,44 euro, pari al 25% della spesa certificata sulla comunicazione controllata.

Secondo La Sicilia, la vicenda si è chiusa con un conto molto più grave: quasi 21 milioni di euro, tra 10,9 milioni da restituire a Bruxelles e 9,5 milioni già spesi ma rimasti senza copertura.

È la lezione che nessuno sembra aver imparato: la promozione è la spesa più semplice da difendere a parole e la più difficile da verificare nei fatti. Proprio per questo andrebbe circondato da regole più severe, non lasciato alla buona fede degli uffici.

Le domande dell’opposizione restano senza risposta

A giugno, il deputato Pd Nello Dipasquale ha presentato un’interrogazione per sapere quanto la Regione abbia impegnato e liquidato, nel triennio 2024-2026, in comunicazione e promozione. Ha chiesto anche quanti siano gli affidamenti diretti o le procedure negoziate senza bando e quando verrà pubblicato, in modo centralizzato e accessibile, l’elenco completo degli incarichi: costi, beneficiari e obiettivi.

Sono richieste elementari. Non chiedono revolutioni, chiedono un elenco pubblico. Nelle fonti consultate non risulta una risposta. E il silenzio, in questi casi, non è neutro: è una scelta di governo.

Le buone intenzioni non sono risultati

La difesa della maggioranza esiste e va riportata. Il presidente Schifani presenta la campagna Rai come un investimento capace di garantire visibilità e ricadute economiche nei territori coinvolti. La promozione sarebbe stata anche pensata per sostenere le prenotazioni nelle zone colpite dal ciclone “Harry” e dalla frana di Niscemi.

Obiettivi legittimi, senz’altro. Ma sono intenzioni, non risultati. Nessuno ha ancora detto quanti turisti sono arrivati, quante prenotazioni sono aumentate, quanto fatturato è stato generato. Senza quei numeri, la promozione rischia di restare ciò che teme di essere: una spesa di prestigio.

Tre regole, a costo zero

Il vero scandalo non è spendere per la Sicilia. È non sapere — o non voler sapere — quanto si spende in totale, perché ogni assessorato coltiva il proprio capitolo, le proprie campagne e i propri fornitori.

Basterebbero tre misure, tutte gratuite:

  • Un registro unico e pubblico, aggiornato, con importo, beneficiario, procedura di scelta e obiettivo di ogni incarico.
  • Indicatori di risultato fissati prima della spesa, non inventati quando qualcuno inizia a fare domande.
  • Una valutazione pubblica a posteriori, con dati sugli effetti reali delle campagne.

Se la Regione è convinta che la comunicazione funzioni, non ha nulla da nascondere. Se invece continua a non rispondere, la domanda diventa inevitabile: la Sicilia viene promossa per attrarre visitatori o per fare pubblicità a chi governa?

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