spot_img
spot_img

Nebrodi, nocciole ancora perdute: sei anni di promesse regionali e un’emergenza che nessuno è riuscito a fermare

Il problema non sono più soltanto i ghiri o i maiali selvatici. Il problema, ormai, è il tempo trascorso. Anni di allarmi, tavoli, studi, annunci, sperimentazioni e promesse durante i quali nei noccioleti dei Nebrodi è cambiato troppo poco. Anche la campagna 2026, in diverse aree del comprensorio, si sta trasformando nell’ennesima stagione perduta. E a questo punto diventa inevitabile una domanda: quanto deve ancora aspettare questo territorio prima che Palermo trasformi l’attenzione dichiarata in una politica capace di produrre risultati?

Era il luglio del 2021 quando dalle pagine di Nebrodi News raccontavamo una situazione che sembrava già allora arrivata al limite. Ad Ucria la produzione veniva indicata come compromessa fino al 90%, con i ghiri tornati a devastare i noccioleti dopo una stagione precedente relativamente migliore.

Agli agricoltori rimanevano i costi delle lavorazioni. A sparire erano invece le nocciole, le giornate di lavoro e, con esse, una parte consistente del reddito. Cinque anni dopo, quella fotografia conserva una sconcertante attualità.

La campagna 2026, che soltanto qualche mese fa aveva lasciato intravedere qualche ragione di ottimismo per la buona presenza di frutti sulle piante, si è trasformata ancora una volta, in diverse zone del comprensorio, in una stagione estremamente difficile. E sarebbe persino riduttivo ricondurre tutto alla presenza dei ghiri. A un problema ormai cronico se ne sono aggiunti altri, fino a comporre un quadro sempre più complesso. Tra questi c’è anche la crescente presenza dei maiali selvatici, che penetrano nei noccioleti e contribuiscono ad aggravare ulteriormente i danni, aumentando la pressione su aziende agricole già costrette a fare i conti con margini sempre più ridotti.

Cimici, cascola, anomalie climatiche, vetustà degli impianti e progressivo abbandono dei terreni stanno contribuendo alla crisi di un comparto che continua a perdere forza. Il precedente immediato è eloquente: già nel 2025 la produzione nebroidea aveva subito un crollo pesantissimo. Ma se le calamità naturali possono essere imprevedibili, un’emergenza conosciuta da almeno un decennio non può continuare a essere trattata come se sorprendesse ogni volta le istituzioni.

Palermo sapeva. E aveva promesso di intervenire

Qui la storia diventa politica. Perché il problema dei ghiri e dei maiali selvatici nei noccioleti dei Nebrodi non è mai rimasto nascosto nelle campagne di Ucria, Tortorici, Sinagra, Raccuja, San Piero Patti o degli altri centri corilicoli. È arrivato sui tavoli della Regione. È stato studiato. È stato riconosciuto ufficialmente.

Sono state sperimentate catture e traslocazioni. Sono stati liberati rapaci. Sono state individuate pratiche agronomiche preventive. È stato affrontato il problema degli indennizzi. È stato chiesto persino lo stato di calamità. Nel luglio 2020 la stessa giunta regionale approvava la richiesta dello stato di calamità per i danni provocati dai ghiri alle coltivazioni di nocciole dei Nebrodi. E le parole utilizzate allora sembravano lasciare poco spazio alle interpretazioni.

L’allora assessore regionale all’Agricoltura Edy Bandiera annunciava l’avvio di azioni destinate a garantire la «massima efficacia» e dichiarava l’intenzione, d’intesa con gli enti interessati, di «risolvere il problema rapidamente». Era il 27 luglio 2020. Siamo nell’agosto 2026. Il problema è ancora qui.

Sei anni dopo, il risultato è nei noccioleti

È questo il passaggio che non può essere aggirato attraverso nuovi comunicati. Perché sarebbe ingeneroso sostenere che negli anni la Regione non abbia mosso neppure un dito. Lo ha fatto. Ma tra fare qualcosa e risolvere un problema esiste una differenza enorme.

Il territorio non misura l’efficacia della politica dal numero dei tavoli convocati, dei protocolli sottoscritti, delle sperimentazioni annunciate o dei comunicati diffusi. La misura dal risultato. E il risultato, nell’estate del 2026, è ancora appeso agli alberi spogliati dei loro frutti. Se dopo sei anni dalla promessa di una soluzione rapida gli agricoltori continuano a denunciare raccolti compromessi, significa semplicemente che quanto realizzato non è stato sufficiente. Non è un’opinione politica. È una constatazione.

Dal piano di controllo ai rapaci: cosa è rimasto?

Negli anni le strade tentate sono state diverse. Si è passati dalla cattura e traslocazione dei ghiri — specie protetta — all’utilizzo delle trappole, fino al tentativo di ristabilire un equilibrio naturale attraverso la presenza dei rapaci. E poi cassette nido, pulizia del sottobosco, potature e fasce di discontinuità tra noccioleti e aree boschive. Interventi differenti, alcuni sperimentali, altri affidati soprattutto alla buona volontà degli agricoltori. Già nel 2020, però, era stata la stessa Regione a prendere atto che tutto questo non era sufficiente a contenere un fenomeno diventato ormai strutturale.

La richiesta dello stato di calamità avrebbe dovuto segnare un cambio di passo e aprire la strada a un vero Piano di controllo numerico del ghiro, da sottoporre preventivamente all’Ispra. Parallelamente, sul fronte dei suidi, il problema avrebbe dovuto essere affrontato attraverso specifiche attività di cattura e abbattimento. L’obiettivo, almeno sulla carta, era chiaro: uscire dalla logica degli interventi episodici e delle sperimentazioni locali per arrivare a una strategia organica, continuativa e, soprattutto, capace di produrre risultati verificabili.

È esattamente su questo passaggio che, a distanza di anni, occorre fare chiarezza. Perché tra l’annuncio di un piano e la sua efficacia sul territorio c’è una differenza che può essere misurata soltanto attraverso i numeri. Bisognerebbe sapere quanti ghiri siano stati effettivamente catturati negli ultimi anni, quale superficie di noccioleti sia stata interessata dagli interventi, se sia stata monitorata l’evoluzione della popolazione e, soprattutto, se le misure adottate abbiano determinato una reale diminuzione dei danni.

Lo stesso vale per le risorse economiche. Quanto è stato effettivamente stanziato e speso per contrastare il fenomeno? Quanto per gli interventi sul territorio e quanto, invece, è arrivato direttamente nelle tasche degli agricoltori costretti a fare i conti con raccolti compromessi o, in alcuni casi, quasi azzerati? Perché senza una rendicontazione dei risultati il rischio è che, anno dopo anno, cambino gli strumenti e le denominazioni dei progetti, mentre nei noccioleti il problema rimane sostanzialmente lo stesso.

Ed è qui che la questione diventa inevitabilmente politica. Qual è oggi, nell’agosto del 2026, il piano operativo dell’Assessorato regionale all’Agricoltura? Non quello annunciato negli anni passati, ma quello concretamente in campo adesso. Con quali risorse, quali obiettivi, quali tempi e quali strumenti si intende intervenire affinché la prossima campagna non consegni agli agricoltori l’ennesimo conto da pagare?

Perché, dopo anni di emergenze, sperimentazioni e promesse di intervento, la domanda più semplice è anche quella che pesa di più: che cosa si sta facendo oggi per evitare che, nell’estate del 2027, ci si ritrovi a raccontare esattamente la stessa storia?

Una domanda alla quale, dopo così tanto tempo, non servono più risposte generiche. Servono numeri, risultati e scadenze.

Progetti ce ne sono. Una soluzione ancora no

Sarebbe ingeneroso sostenere che in questi anni non sia accaduto nulla. Qualcosa si è mosso, soprattutto sul fronte del recupero e della valorizzazione della corilicoltura nebroidea. La Regione ha puntato, tra le altre iniziative, sul progetto Agrostart, nato con l’obiettivo di recuperare corileti vetusti o progressivamente abbandonati attraverso tecniche innovative e sostenibili. Parallelamente si lavora alla valorizzazione commerciale della nocciola siciliana e al percorso che dovrebbe condurre al riconoscimento dell’IGP.

Anche sul versante ambientale sono arrivati segnali importanti. Nel 2026 sono state aggiornate le misure di conservazione dei siti Natura 2000 del Parco dei Nebrodi e negli stessi documenti regionali viene riconosciuto esplicitamente il valore dei noccioleti, non soltanto come attività agricola, ma come elemento del paesaggio, presidio del territorio e patrimonio di biodiversità legato anche alla presenza delle varietà locali.

Sono iniziative importanti e sarebbe sbagliato sminuirle. Il problema, però, è un altro: non bisogna confondere la valorizzazione di una filiera con la soluzione dei problemi che stanno mettendo in ginocchio chi quella filiera dovrebbe alimentarla.

Si può lavorare sull’IGP, investire sulla qualità, recuperare gli impianti, promuovere il prodotto e costruire attorno alla nocciola dei Nebrodi un’identità commerciale più forte. Ma tutto questo rischia di trasformarsi in un paradosso se, nel frattempo, gli agricoltori non riescono più a portare il prodotto fino alla raccolta. Perché una nocciola può avere il marchio migliore, una storia straordinaria e un mercato potenzialmente remunerativo, ma se viene mangiata dai ghiri, danneggiata dai selvatici o cade prima di essere raccolta, semplicemente non esiste una filiera da valorizzare.

Ed è questa la contraddizione che oggi la politica regionale dovrebbe affrontare. Non basta progettare il futuro della nocciola siciliana se non si mette in sicurezza il suo presente. Non basta recuperare i noccioleti abbandonati se quelli ancora coltivati rischiano di esserlo domani, perché continuare a lavorarli non conviene più.

La sequenza, in fondo, è molto più semplice di qualsiasi progetto: prima bisogna consentire agli agricoltori di produrre, poi aiutarli a vendere meglio ciò che producono. Prima dell’IGP viene il raccolto. Prima della promozione viene il reddito. E prima di qualsiasi strategia di valorizzazione viene la sopravvivenza delle aziende che, nonostante tutto, continuano ancora oggi a tenere in vita i noccioleti dei Nebrodi.

I Nebrodi e quella sensazione di essere sempre periferia

Ed è qui che la questione delle nocciole supera i confini dell’agricoltura. Perché sui Nebrodi cresce da anni una sensazione difficile da liquidare come semplice campanilismo: quella di essere una periferia della periferia, un territorio che torna centrale nell’agenda regionale quando esplode un’emergenza e che troppo spesso scompare quando occorre trasformare l’emergenza in programmazione.

I Nebrodi sono area interna non soltanto nelle classificazioni amministrative. Lo diventano ogni volta che un problema strutturale impiega anni per ottenere una risposta. Strade, sanità, spopolamento, servizi, agricoltura: cambiano gli argomenti, ma troppo spesso rimane identica la distanza percepita dai luoghi nei quali vengono prese le decisioni. E i noccioleti rappresentano plasticamente questa distanza. Palermo conosce il problema dei ghiri almeno dal 2020. Nel 2020 prometteva una soluzione rapida. Nel 2026 gli agricoltori stanno ancora contando i danni. Sei anni, per un’emergenza agricola, non sono un ritardo. Sono un’epoca.

Quanto può resistere ancora un agricoltore?

Questa è forse la domanda che dovrebbe arrivare con maggiore forza negli uffici dell’Assessorato regionale all’Agricoltura. Quanto può resistere un imprenditore che pota, pulisce, mantiene il terreno, sostiene costi per mesi e poi arriva ad agosto senza sapere cosa riuscirà a raccogliere?

Una stagione negativa si può sopportare. Due diventano pesanti. Quando la perdita del raccolto diventa una possibilità ricorrente, invece, smette di esistere qualsiasi ragione economica per continuare. E quando l’ultimo agricoltore decide che non ne vale più la pena, non viene abbandonata soltanto una coltivazione. Viene abbandonato un pezzo di montagna. La Regione Siciliana ha quindi un’occasione molto semplice per dimostrare che questa ricostruzione è troppo severa.

Pubblichi i numeri. Dica quanti soldi sono stati specificamente investiti dal 2020 ad oggi contro i danni provocati dai ghiri. Dica quanti agricoltori sono stati indennizzati. Dica quanti ettari sono stati interessati dalle misure di contenimento. Dica quali risultati ha prodotto il Piano annunciato sei anni fa. Dica quale programma è operativo oggi. E soprattutto dica cosa intende fare per la campagna 2027.

Perché dopo studi, sperimentazioni, rapaci, trappole, calamità dichiarate e promesse di interventi risolutivi, non può essere considerato normale ritrovarsi ancora una volta davanti allo stesso problema. Nel 2021 gli agricoltori chiedevano come fosse possibile non essere ancora riusciti a venire a capo dell’emergenza. Siamo nel 2026. Cinque anni dopo quell’articolo e sei anni dopo la promessa regionale di «risolvere il problema rapidamente», la domanda è ancora lì.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles