Ci sono decisioni giudiziarie che, pur essendo perfettamente legittime sotto il profilo del diritto, riescono comunque a suscitare interrogativi profondi nell’opinione pubblica. Non perché siano necessariamente sbagliate, ma perché si confrontano con vicende che hanno lasciato ferite difficili da rimarginare. È il caso della decisione del magistrato di sorveglianza di Catania che ha disposto il trasferimento di Giuseppe Centorbi da una Rems a una comunità terapeutica assistita (Cta), ritenendo che la sua pericolosità sociale si sia “affievolita”.
Per comprendere il peso di questa decisione occorre tornare indietro di quindici anni.
Era il giugno del 2011 quando, nelle campagne di contrada Desusino, nel territorio di Butera, si consumò una delle pagine più drammatiche della cronaca siciliana. Giuseppe Centorbi, bracciante agricolo oggi cinquantacinquenne, uccise Filippo Militano, la moglie Giuseppa Carlino e il loro figlio tredicenne. Tre vite spezzate in una tragedia che sconvolse l’intera provincia di Caltanissetta.
Nel corso del processo emerse però un elemento decisivo. I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta conclusero che Centorbi fosse totalmente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. L’ergastolo pronunciato in primo grado venne quindi sostituito con una misura di sicurezza detentiva. Da allora l’uomo è rimasto per oltre dieci anni in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), struttura che ha sostituito gli ex ospedali psichiatrici giudiziari.
Oggi arriva una nuova valutazione.
Il magistrato di sorveglianza ha accolto l’istanza presentata dal difensore, l’avvocato Salvo Macrì, sulla base delle relazioni cliniche che descrivono un progressivo miglioramento delle condizioni psichiatriche del paziente. Da qui il trasferimento in una comunità terapeutica assistita, ambiente meno restrittivo rispetto alla Rems, pur mantenendo la misura della libertà vigilata per un anno.
Sul piano strettamente giuridico il ragionamento appare lineare. Le misure di sicurezza non sono una pena. Servono a contenere una pericolosità sociale che, se viene meno o si riduce sensibilmente, deve essere rivalutata. Lo impone il nostro ordinamento, che non consente di mantenere una persona in una struttura ad alta restrizione soltanto perché il fatto commesso è stato gravissimo. Ed è proprio qui che diritto ed emozione iniziano inevitabilmente a separarsi.
Perché una cosa è leggere una relazione psichiatrica che certifica un miglioramento clinico all’interno di un contesto protetto. Un’altra è chiedersi cosa possa accadere quando quella stessa persona si troverà ad affrontare situazioni di pressione, conflitti, stress emotivo o improvvise destabilizzazioni. È una domanda che probabilmente si pongono anche tanti cittadini. Non nasce da pregiudizi verso chi soffre di disturbi psichiatrici, né mette in discussione il lavoro degli specialisti che hanno seguito Centorbi per oltre un decennio. Nasce semplicemente dalla memoria di ciò che accadde quel giorno.
La pericolosità sociale, infatti, è un concetto giuridico e clinico estremamente complesso. Non equivale alla certezza che una persona tornerà a delinquere, ma neppure rappresenta una garanzia assoluta del contrario. È una valutazione probabilistica, costruita su osservazioni, terapie, esami clinici e comportamenti tenuti nel tempo.
Ma esiste un elemento che nessuna perizia può riprodurre integralmente: la vita reale. La quotidianità è fatta di tensioni, frustrazioni, litigi, imprevisti. È proprio nelle condizioni di maggiore stress che si misura la reale stabilità di una persona. E questa è probabilmente la riflessione che lascia più spazio ai dubbi.
La comunità terapeutica, va ricordato, non rappresenta una libertà piena. Si tratta di una struttura sanitaria con controlli, personale specializzato e programmi terapeutici. Inoltre Centorbi resterà sottoposto alla misura della libertà vigilata. Non si tratta dunque di un ritorno senza regole nella società.
Ciò nonostante, è comprensibile che una decisione di questo tipo provochi inquietudine. Soprattutto nei familiari delle vittime e in chi ricorda quella strage. Il punto, allora, non è stabilire se il giudice abbia fatto bene o male. Le decisioni dei magistrati si fondano sugli elementi disponibili e sulle valutazioni degli esperti, non sulle emozioni collettive.
Il vero interrogativo è un altro. Quanto siamo realmente in grado, oggi, di prevedere il comportamento umano quando entrano in gioco la malattia mentale e situazioni estreme di stress?
È una domanda alla quale la scienza continua a cercare risposte sempre più affidabili, ma che difficilmente potrà trasformarsi in una certezza assoluta.
Ed è forse proprio questa inevitabile zona d’ombra che rende la decisione tanto delicata: da una parte il diritto impone di riconoscere i progressi clinici di una persona e di adeguare le misure restrittive; dall’altra resta il dovere di garantire la sicurezza collettiva e di non dimenticare mai la gravità di ciò che accadde quel 24 giugno del 2011. Un equilibrio sottilissimo, destinato inevitabilmente a lasciare spazio a dubbi e riflessioni, anche quando la decisione trova pieno fondamento nella legge.




