C’è un’arte antica, nella politica locale: avere l’ultima parola blindando il monologo ed evitando il contraddittorio. L’assessore Alessandro Giordano, del comune di Castel di Lucio, ne ha appena codificato la variante definitiva con un post sulla propria pagina Facebook di commemorazione. Il paragone con Palmiro Cangini, il celebre assessore di Zelig, verrebbe quasi spontaneo se la scena non fosse tragica. Qui non si ride. C’è un amministratore pubblico che, dopo aver duramente contestato il lavoro di un giornalista, ed esserci rimasto un po male per l’analisi politica-amministrativa dello stesso – che chi non ha letto può farlo cliccando QUi’ – torna a colpire lo stesso cronista all’interno di un post dedicato a un amico scomparso.
Il punto non è vietare a un politico di esprimere il proprio dolore, né negare il diritto di ricordare chi non c’è più. Il punto è chiedersi perché, in un omaggio funebre, il cronista debba diventare il protagonista. Se l’intento profondo era commemorare l’amico scomparso, perché aprire il testo con una stoccata a chi aveva dato la notizia? Perché rimettere in circolo, proprio in quell’occasione, una polemica sulla cronaca di due anni prima?
Il dubbio è inevitabile: l’assessore Alessandro Giordano voleva onorare la memoria dell’amico scomparso o regolare i conti con chi ultimamante lo ha criticato sull’operato politico e ne aveva raccontato la tragica fine?
Il contesto è noto. Dopo una replica sui ritardi e sui conti pubblici ancora da chiarire – trasformatasi in una pretenziosa lezione di giornalismo impartita a chi questo mestiere lo fa di professione – restava un problema nodoso: come rispondere al cronista senza dover entrare nel merito delle sue domande? La soluzione è arrivata a due anni dal lutto, sotto forma di omaggio.
Ma chi parla, davvero, in quel post?
Basta leggere con attenzione. Oltre al defunto, l’unico personaggio con una parte attiva è proprio il giornalista, evocato tra “solerzia o cinismo” e con un “insinuato” che tradisce rancore. Il testo si apre con la ferita della cronaca e prosegue nel tentativo di smentire chi avrebbe definito l’amico “incosciente e irresponsabile”. Una definizione che il cronista non ha mai usato. Si difende così il defunto da un’accusa mai ricevuta, e lo si fa a due anni di distanza, amplificando proprio ciò che si dichiarava di voler proteggere.
Chi vuole solo ricordare un amico comincia dall’amico. Qui si comincia dal giornalista.
Il ritratto e la cornice
Dell’amico scomparso restano solo gli aggettivi di rito: libero, anticonformista, leale. L’unico dettaglio concreto della narrazione riguarda invece l’autore: la password del computer d’ufficio. Un particolare egoriferito che dice molto sull’assessore e pochissimo sul defunto.
Il resto è una vetrina in prima persona: io che parlo per la prima volta, io che ho imparato a stimarti, io che ti penso ogni giorno. Quel “TI PORTERÒ SEMPRE DENTRO DI ME!!!”, urlato in maiuscolo e sigillato da tre punti esclamativi, suona più come una firma autoreferenziale che come un ultimo, sommesso saluto.
Il vantaggio del tabù
Il meccanismo comunicativo è tanto efficace quanto cinico. Un post di lutto, per convenzione sociale, non si commenta. Chi lo facesse violerebbe un tabù sacro. Il giornalista, che sarebbe l’interlocutore naturale della polemica, viene così tacitato in partenza, privato di qualsiasi replica per non apparire insensibile. Al contempo, il protagonista dell’omaggio non può più eccepire sull’uso strumentale del suo nome. Nel bilancio di questa operazione, l’unico a non poter ribattere è proprio chi non c’è più.
Non serve processare le intenzioni intime dell’autore. Conta il risultato pubblico: un testo che si dichiara commemorazione ma funziona come una clava nei confronti del giornalista. Per come è strutturato, parla più del cronista e di chi scrive che di una giovane vita spezzata.
Il metodo
Non si tratta di un caso isolato. La comunicazione social dell’assessore raramente è fine a se stessa: serve a emettere sentenze, raccogliere consensi facili, compiacere i propri sostenitori e indulgere nell’autocelebratività. Le sue risposte arrivano sempre in differita, perché le parole vanno pesate e rielaborate con calma. Un limite evidente, che stavolta ha superato il limite: per assicurarsi l’ultima parola, Giordano ha scelto l’unico terreno su cui nessuno avrebbe potuto replicare.
Resta una domanda che lasciamo alla sua coscienza: ha ricordato un amico o ha chiuso una polemica? Se avesse voluto fare solo la prima cosa, il giornalista in quel post non sarebbe mai comparso. Per un amministratore che pretende di dare lezioni alla stampa, la forma è sostanza. Non si può invocare il rispetto per l’informazione solo quando si fa scudo del proprio dolore. Forse l’amico avrebbe meritato di essere ricordato attraverso la sua vita, le sue idee, un episodio capace di restituirne la voce. Invece, per come è costruito, il post finisce per parlare soprattutto di chi lo ha scritto e di chi lo aveva raccontato. Il dubbio, allora, resta: era davvero il momento di ricordare l’amico, oppure l’occasione per colpire ancora il cronista?





