Al Teatro Antico una serata intensa tra teatro, musica e testimonianze. Sul palco gli imprenditori che hanno denunciato il racket, il procuratore Maurizio de Lucia, il colonnello Lucio Arcidiacono, Lucia Sardo e Mario Incudine. Un viaggio dalle stragi del 1992 alla mafia contemporanea, senza dimenticare le vittime del Messinese e dei Nebrodi
Non una celebrazione rituale, né una passerella di parole destinate a esaurirsi alla fine dello spettacolo. Al Teatro Antico di Tindari, la legalità è stata mostrata attraverso i volti, le voci e le storie di chi l’ha pagata personalmente, di chi la difende nelle istituzioni e di chi continua a trasformarla in memoria collettiva.
“La legalità visibile – La Sicilia dopo Matteo Messina Denaro”, appuntamento speciale della settantesima edizione del Tindari Festival, ha riunito ieri sera teatro civile, musica, testimonianze imprenditoriali e analisi investigativa. L’iniziativa, promossa dal Comune di Patti e dalla Rete Legalità Antiracket Sicilia, era stata pensata per riflettere sull’eredità lasciata dalla lunga latitanza del boss trapanese e sulle trasformazioni di Cosa nostra dopo la stagione delle stragi.
A condurre il pubblico attraverso le diverse parti della serata è stato il giornalista Nuccio Anselmo. Sul palco, insieme al direttore artistico Mario Incudine, si sono alternati gli attori Lucia Sardo e Ninni Bruschetta, la pianista Cettina Donato, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, amministratori e imprenditori che hanno scelto di opporsi al racket.
A testimoniare il rilievo istituzionale dell’iniziativa è stato anche il qualificato parterre presente al Teatro Antico. Tra le autorità, il prefetto di Messina Cosima Di Stani, il questore Salvatore La Rosa, i vertici provinciali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, quest’ultima rappresentata dal comandante provinciale Girolamo Franchetti. Presenti inoltre il procuratore aggiunto di Palermo Vito Di Giorgio, coordinatore delle indagini della Direzione distrettuale antimafia, il procuratore capo di Messina Antonio D’Amato, il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta Fabio D’Anna e il procuratore facente funzioni di Patti Andrea Apollonio, insieme a numerosi altri magistrati e rappresentanti delle istituzioni giudiziarie.
Particolarmente significativa anche la presenza dei massimi vertici territoriali dell’Arma: il generale di Corpo d’Armata Claudio Domizi, comandante interregionale Carabinieri “Culqualber”, e il generale di Divisione Ubaldo Del Monaco, comandante della Legione Carabinieri “Sicilia”. Una partecipazione che ha confermato il valore non soltanto culturale, ma anche civile e istituzionale della serata.
Da Caino alle stragi del 1992
La manifestazione si è aperta nel segno di Caino, figura universale della violenza e del sangue innocente. Il richiamo al primo fratricidio ha introdotto una riflessione che ha attraversato l’intera serata: il male non è soltanto un fatto individuale, ma diventa sistema quando trova silenzio, convenienza, paura e complicità.
Dalla dimensione simbolica il racconto è passato alla storia italiana più recente. Le voci registrate degli agenti nei minuti successivi alla strage di Capaci, le comunicazioni concitate, il riferimento a via D’Amelio e la narrazione delle vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno restituito il senso di quei cinquantasette giorni del 1992 che cambiarono per sempre il Paese.
Non soltanto il ricordo delle esplosioni e delle vittime, dunque, ma quello del metodo dei due magistrati: la conoscenza profonda dei fenomeni criminali, il lavoro di squadra, la capacità di seguire i patrimoni, le relazioni e gli interessi economici delle cosche.
Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte non sono stati presentati come figure irraggiungibili, confinate nella retorica degli anniversari, ma come persone che avevano scelto un preciso modo di stare nelle istituzioni. È proprio qui che la memoria acquista valore: quando smette di essere commemorazione e diventa comportamento quotidiano.

Le voci degli imprenditori che hanno detto no
Uno dei momenti più forti è stato affidato a Michelangelo Mammana, Giuseppe Condorelli, Eugenio Di Francesco e Giuseppe Scandurra, vicepresidente nazionale di Sos Impresa – Rete per la legalità.
Le loro non sono state testimonianze astratte. Hanno raccontato le pressioni, le richieste estorsive, la paura entrata dentro le aziende e le famiglie, la difficoltà di continuare a lavorare mentre qualcuno pretendeva di imporre una tassa illegale sulla libertà d’impresa.
Ogni storia ha mostrato quanto possa essere pesante la decisione di denunciare. Dire no al pizzo non significa soltanto rivolgersi alle forze dell’ordine: significa spezzare un rapporto di soggezione, affrontare l’incertezza, esporsi e, spesso, misurarsi con l’isolamento.
La presenza degli imprenditori sul palco ha dato concretezza al titolo della serata. La legalità diventa davvero “visibile” quando assume il volto di chi rifiuta di piegarsi, ma anche quando attorno a quel volto si costruisce una rete capace di non lasciarlo solo.

Lucia Sardo e la forza di Felicia Impastato
La memoria di Peppino Impastato è tornata attraverso l’interpretazione di Lucia Sardo, che ha dato voce alla madre Felicia Bartolotta Impastato.
Una madre che trasformò il dolore in denuncia, rompendo con una cultura familiare e sociale fondata sull’obbedienza e sul silenzio. Dopo l’assassinio del figlio, Felicia continuò per anni a incontrare giovani e studenti, aprendo la propria casa e raccontando ciò che era accaduto.
Il suo impegno nelle scuole rappresenta una delle forme più autentiche di antimafia: non l’enunciazione di principi generici, ma la trasmissione della memoria alle nuove generazioni. Perché la mafia teme le indagini e le sentenze, ma teme anche una comunità che sa riconoscerne il linguaggio e rifiuta di considerare normale la sopraffazione.
Lucia Sardo e Mario Incudine hanno poi unito parola e musica nell’omaggio a Rosa Balistreri, interpretando “A curuna”. La voce ruvida della tradizione popolare siciliana è diventata così il filo che legava le storie delle vittime, delle madri, dei contadini e di quanti hanno subito ingiustizie senza trovare immediatamente ascolto.

La cattura di Matteo Messina Denaro raccontata da chi indagava
Il cuore istituzionale della serata è stato rappresentato dagli interventi del procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia e del colonnello Lucio Arcidiacono, comandante provinciale dei Carabinieri di Messina.
Il loro racconto ha ricostruito il lavoro investigativo che condusse, il 16 gennaio 2023, alla cattura di Matteo Messina Denaro dopo trent’anni di latitanza. Non la conseguenza di un’intuizione improvvisa o di un colpo di fortuna, ma il risultato di indagini pazienti, analisi, verifiche e coordinamento tra magistratura e forze dell’ordine.
Il riferimento alla cattura ha però aperto una domanda più complessa: cosa resta di Cosa nostra dopo la morte dell’ultimo grande latitante della stagione stragista?
La risposta emersa dal confronto è che la mafia non è finita. Ha modificato linguaggi, strumenti e strategie. Ha ridotto l’esposizione militare e cerca di inserirsi nei circuiti dell’economia, delle professioni e della politica, senza rinunciare alle tradizionali attività criminali.
Il tema è anche al centro del volume “La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi”, scritto dallo stesso Maurizio de Lucia con il giornalista Salvo Palazzolo e pubblicato nel luglio 2026. Il libro analizza una Cosa nostra sospesa tra tradizione e modernizzazione, capace di utilizzare nuove tecnologie e nuovi strumenti finanziari mantenendo, al tempo stesso, relazioni e metodi antichi.
Droga, denaro e relazioni con il potere
Nel corso dell’intervento è stato evidenziato il peso assunto dal traffico di stupefacenti. La droga garantisce enormi disponibilità finanziarie e impone alle organizzazioni siciliane di dialogare con gruppi criminali nazionali e internazionali.
Cosa nostra può offrire il proprio radicamento territoriale, il controllo delle piazze e una sorta di “marchio” criminale riconosciuto. Le altre organizzazioni mettono a disposizione canali di approvvigionamento, contatti e capacità logistiche. Nel libro di De Lucia e Palazzolo, proprio la droga viene indicata come uno dei settori centrali della nuova fase mafiosa.
Ma l’attenzione si è concentrata anche sul capitale accumulato e sulla necessità delle cosche di reinvestirlo. La mafia contemporanea non vive soltanto di violenza. Cerca imprese, professionisti, amministratori disponibili, opportunità offerte dagli appalti e dall’economia legale.
Anche il rapporto con la politica è mutato nella forma, non nella sostanza. Non sempre si presenta come un’alleanza organica e dichiarata. Più spesso si alimenta di favori, promesse, credito elettorale, intermediazioni e reciproche convenienze. Da una parte c’è la criminalità che cerca accesso alle istituzioni; dall’altra può esserci un segmento della politica o della società civile disposto a cercare consenso, denaro o protezione nei circuiti mafiosi.
È questo il terreno sul quale la battaglia diventa più difficile: quando la sopraffazione non ha il volto immediatamente riconoscibile dell’uomo armato, ma quello apparentemente rispettabile dell’affare, della consulenza, dell’impresa o del favore.


Le istituzioni non sono una passerella
Nel ricordo del rapporto professionale e umano con Paolo Borsellino, maturato negli anni giovanili dell’attività in magistratura, è emersa una riflessione particolarmente netta: ricordare quei magistrati non può ridursi a una presenza formale nelle cerimonie.
Falcone e Borsellino non chiedono passerelle, ma coerenza. Lo stesso vale per gli uomini delle scorte e per tutte le vittime. Il loro sacrificio interroga il modo in cui ciascuno esercita le proprie responsabilità.
Il sindaco di Patti Gianluca Bonsignore ha richiamato il compito degli amministratori locali. Anche un finanziamento ottenuto, un’opera realizzata con procedure trasparenti o un servizio sottratto alle pressioni può rappresentare un messaggio di legalità.
Le parole e le espressioni usate dagli amministratori pubblici non sono mai neutrali. Affermare semplicemente “abbiamo preso un finanziamento” rischia di suggerire una concezione proprietaria delle risorse pubbliche. Quei fondi non appartengono a un sindaco o a una maggioranza: appartengono alla comunità e devono essere gestiti come tali.
Il richiamo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricondotto il confronto al significato più alto dell’impegno istituzionale: giustizia, democrazia e legalità non sono slogan, ma criteri con i quali misurare concretamente l’azione pubblica.
I nomi delle vittime del Messinese
La serata ha poi riportato al centro i nomi delle vittime di mafia della provincia di Messina. Nomi spesso meno conosciuti rispetto a quelli delle grandi stragi palermitane, ma appartenenti alla stessa storia di violenza, sopraffazione e silenzi.
Attraverso una poesia dedicata a Giuseppe Sottile, interpretata da Mario Incudine, è stata ricordata la vicenda del ragazzo di appena tredici anni ucciso a Milazzo il 2 luglio 1990, vittima innocente di un regolamento di conti mafioso.
Il suo nome è stato accostato a quelli di altre vittime messinesi, in una lunga geografia del dolore che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo, i Nebrodi e l’intera provincia. Un lavoro di ricostruzione storica che negli anni ha riportato alla luce vicende come quelle di Beppe Alfano, Graziella Campagna, Nino D’Uva e di molti altri innocenti.

La mafia dei pascoli nei Nebrodi
Particolarmente significativo è stato il richiamo alla storia meno raccontata della mafia nebroidea. Prima delle grandi inchieste sugli appalti e sui finanziamenti agricoli, tra Tusa, Pettineo, Castel di Lucio e Mistretta si consumò una lunga stagione di omicidi legati al controllo dei terreni, dei pascoli e dell’economia rurale.
Una violenza spesso liquidata come una sequenza di vendette private, ma che nascondeva interessi, gruppi organizzati e un sistema di controllo del territorio. Le fonti storiche descrivono uno stillicidio di delitti che insanguinò per anni le campagne comprese tra Tusa, Castel di Lucio, Mistretta e altri centri dei Nebrodi.
Tra le figure ricordate c’è Carmelo Battaglia, sindacalista ucciso a Tusa il 25 marzo 1966. Battaglia era impegnato nelle rivendicazioni dei lavoratori agricoli e nella difficile battaglia per l’applicazione della riforma agraria. La sua morte è rimasta uno dei simboli della violenza esercitata contro chi tentava di modificare rapporti di forza consolidati nelle campagne.
Il richiamo a questa storia ha impedito che il racconto della mafia rimanesse confinato a Palermo o alla stagione corleonese. Anche i Nebrodi hanno conosciuto esecuzioni, intimidazioni e silenzi. E anche qui la memoria deve ancora completare il proprio percorso.

Il finale tra teatro popolare e canto civile
La parte conclusiva ha restituito il palco alla musica e al teatro popolare. Dal ricordo del sindacalista socialista Salvatore Carnevale, “Turiḍḍu”, assassinato a Sciara nel 1955, il racconto è approdato a “U pisci spada”, uno dei canti più intensi della tradizione siciliana.
La storia del pesce spada che resta accanto alla propria compagna catturata dai pescatori è diventata metafora di amore, sacrificio e resistenza. Un finale coerente con l’intera serata: la cultura popolare non come elemento decorativo, ma come strumento capace di custodire il dolore e trasformarlo in coscienza.
Dal monologo di Caino all’ultimo canto, il Teatro Antico di Tindari ha così ospitato una riflessione che non ha cercato risposte facili.
La cattura di Matteo Messina Denaro ha chiuso una lunga latitanza, ma non la storia di Cosa nostra. Le mafie cambiano, investono, cercano relazioni, entrano nei mercati e provano a presentarsi con volti nuovi. Per questo anche l’antimafia deve evitare le formule stanche e tornare a essere conoscenza, denuncia, solidarietà verso chi si oppone al racket, trasparenza amministrativa e responsabilità personale.
La legalità diventa visibile proprio in quel momento: quando non resta una parola pronunciata da un palco, ma entra nelle scelte di un imprenditore, nel lavoro di un investigatore, nella decisione di un magistrato, nell’azione di un amministratore e nella memoria trasmessa da una madre ai ragazzi di una scuola.
Nel momento conclusivo sono stati consegnati alcuni riconoscimenti ai protagonisti dell’incontro. Michelangelo Mammana, il dott. Giuseppe Scandurra, il sindaco di Patti Gianluca Bonsignore e l’assessore comunale alla Cultura Salvatore Sidoti hanno premiato il procuratore Maurizio de Lucia e il colonnello Lucio Arcidiacono, rendendo omaggio al lavoro investigativo e giudiziario che ha condotto alla cattura di Matteo Messina Denaro.




