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Mistretta, l’arsenale sepolto e l’ombra della famiglia Rampulla: dalle tredici granate ai possibili legami con il passato mafioso

Oltre 1.700 cartucce e ordigni nascosti in un terreno utilizzato per il pascolo. Il trentasettenne Lucio Massimiliano Di Gangi resta in carcere. Nell’ordinanza del Gip emergerebbe il riferimento ai rapporti storici tra la sua famiglia e quella dell’artificiere della strage di Capaci. Un collegamento investigativo ancora da approfondire, che ha acceso l’attenzione delle strutture antimafia

Non è più soltanto un’indagine sulla detenzione illegale di munizioni e materiale bellico. Il ritrovamento avvenuto nelle campagne di Mistretta, inizialmente apparso come l’individuazione di un arsenale clandestino nascosto in un’area rurale, avrebbe assunto una dimensione investigativa ben più delicata per la quantità e la natura degli ordigni sequestrati, ma soprattutto per i rapporti familiari e ambientali richiamati negli atti giudiziari.

Al centro dell’inchiesta c’è Lucio Massimiliano Di Gangi, 37 anni, di Mistretta, arrestato dai Carabinieri con l’accusa di detenzione abusiva di munizioni e materiale bellico. Il suo arresto è stato convalidato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti, Andrea La Spada, che ha disposto la permanenza dell’indagato in carcere. La decisione è stata adottata nella fase preliminare del procedimento e non rappresenta, naturalmente, un accertamento definitivo di responsabilità.

La segnalazione e l’intervento nelle campagne

L’operazione è maturata nell’ambito di un’attività investigativa condotta dai Carabinieri della Compagnia di Mistretta, con l’intervento del Reparto operativo e il supporto dello Squadrone eliportato “Cacciatori Sicilia”, unità specializzata nelle ricerche in zone impervie e nell’individuazione di armi, droga e materiali occultati. Secondo quanto ricostruito, gli accertamenti sarebbero partiti da una segnalazione confidenziale riguardante la possibile presenza di “munizioni e fucili” nascosti sottoterra. Le ricerche si sono concentrate in un’area rurale nella quale Di Gangi conduceva al pascolo una mandria di bovini.

Il terreno, secondo la valutazione degli inquirenti, sarebbe stato nella concreta disponibilità del trentasettenne, sia perché utilizzato per il pascolo dei suoi animali sia in relazione all’esistenza di un contratto preliminare di acquisto. Si tratta di uno degli elementi sui quali si fonda la ricostruzione accusatoria, mentre la difesa avrebbe contestato la riconducibilità dell’area e del materiale all’indagato. Spostando alcune pietre collocate a protezione di un incavo naturale, tra rocce, arbusti e vegetazione, i militari avrebbero individuato un nascondiglio realizzato con particolare cura.

All’interno si trovavano una botte e alcuni tubi di plastica sigillati. Il materiale recuperato era ben più consistente di quanto inizialmente lasciato intendere dalle prime informazioni: in particolare da 13 granate calibro 45 da mortaio Brixia mod. 1935, comunemente note come “diavolo rosso”, complete di spolette, 98 cartucce calibro 30 per carabina, 2 cartucce calibro 44, nonché 1.637 cartucce complete calibro 6,5 x 52 mm, di cui 335 contenute all’interno di 19 lastrine per fucile mitragliatore. Conservate separatamente e adottando precauzioni che, secondo gli investigatori, dimostrerebbero la volontà di proteggerle dall’umidità e dagli agenti atmosferici.

Nella disponibilità dell’indagato sarebbe stato trovato anche un altro tubo di plastica analogo a quelli utilizzati per nascondere gli ordigni, oltre a un calcio di fucile realizzato artigianalmente.

Le granate e la possibilità di estrarre tritolo

È soprattutto la presenza delle tredici granate ad avere innalzato il livello di attenzione investigativa. Non si tratterebbe, infatti, soltanto di residuati bellici abbandonati casualmente nelle campagne. Secondo la ricostruzione riportata negli atti, dagli ordigni sequestrati sarebbe possibile ricavare una quantità significativa di tritolo, un esplosivo ad alto potenziale.

La circostanza non consente, da sola, di stabilire quale fosse la destinazione del materiale né se qualcuno intendesse effettivamente smontare le granate per recuperarne l’esplosivo. Resta, tuttavia, un elemento investigativo di particolare rilievo: tredici ordigni nascosti con migliaia di munizioni costituiscono un arsenale la cui provenienza, destinazione e disponibilità devono ancora essere chiarite.

Gli accertamenti tecnici dovranno stabilire lo stato di conservazione delle granate, la loro effettiva capacità offensiva, l’origine delle munizioni e l’eventuale presenza di impronte, tracce biologiche o altri elementi utili a individuare chi abbia materialmente manipolato e occultato il materiale.

La precedente perquisizione e l’ipotesi di ricettazione

L’arresto non sarebbe stato un episodio isolato, ma l’evoluzione di un’attività avviata già nei giorni precedenti. Una settimana prima del rinvenimento dell’arsenale, il trentasettenne era stato denunciato in stato di libertà con l’ipotesi di ricettazione, dopo una diversa operazione dei Carabinieri. In quella circostanza sarebbe stato rinvenuto materiale descritto come proveniente da attività illecite o comunque di dubbia provenienza.

Quella prima perquisizione, tuttavia, non aveva portato al recupero di armi o munizioni. È stato soltanto con il successivo intervento nelle campagne che gli investigatori hanno individuato il deposito sotterraneo e proceduto all’arresto in flagranza.

La convalida e il carcere

Dopo l’arresto, Di Gangi è stato trasferito nella casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Davanti al Gip Andrea La Spada si è quindi svolta l’udienza di convalida. Il giudice ha ritenuto legittimo l’intervento dei Carabinieri e, in questa fase, ha condiviso la presenza di un quadro indiziario sufficiente a giustificare la misura cautelare più severa.

La custodia in carcere, però, non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Il provvedimento è fondato su una valutazione provvisoria degli indizi e delle esigenze cautelari rappresentate dalla Procura di Patti. La posizione dell’indagato dovrà essere verificata attraverso il contraddittorio e nelle successive fasi del procedimento.

Domani l’udienza davanti al Riesame

Un ulteriore passaggio giudiziario è previsto domani, 16 luglio, quando sarà esaminata l’istanza presentata nell’interesse di Lucio Massimiliano Di Gangi davanti al Tribunale del Riesame. I giudici saranno chiamati a valutare la legittimità e la tenuta del provvedimento cautelare che ha disposto la permanenza in carcere del trentasettenne, dopo la convalida dell’arresto da parte del Gip del Tribunale di Patti. Il Riesame potrà confermare la custodia cautelare, annullare il provvedimento oppure sostituire il carcere con una misura meno afflittiva.

L’udienza rappresenta dunque un passaggio particolarmente importante per la posizione dell’indagato, fermo restando che la decisione riguarderà esclusivamente la misura cautelare e non costituirà un giudizio definitivo sulle responsabilità contestate.

Il passaggio più delicato: i rapporti con la famiglia Rampulla

Il contenuto più significativo emerso successivamente riguarda i presunti rapporti storici tra la famiglia Di Gangi e la famiglia Rampulla di Mistretta. Secondo quanto riportato negli atti giudiziari, la Procura di Patti e il Gip avrebbero evidenziato l’esistenza di “plurimi elementi convergenti” a carico dell’indagato. Tra questi sarebbe indicato uno “storico e stretto collegamento familiare”, definito comunque come un profilo ancora da approfondire, tra i genitori di Di Gangi e la famiglia mafiosa Rampulla.

Il riferimento non riguarda una responsabilità personale già provata del trentasettenne per reati di mafia, né consente di attribuirgli automaticamente appartenenze o complicità mafiose. Il procedimento, allo stato, riguarda la contestata disponibilità delle munizioni e del materiale bellico. Il collegamento familiare rappresenta però, nella prospettiva degli investigatori, un elemento di contesto che assume rilevanza proprio per la natura delle armi e per la possibilità di ricavare tritolo dalle granate.

I genitori indicati come persone vicine ai fratelli Rampulla

I rapporti richiamati negli atti risalirebbero agli anni in cui i genitori dell’indagato sarebbero stati considerati vicini a Sebastiano e Maria Rampulla, fratello e sorella di Pietro Rampulla.

Le ricostruzioni investigative li descriverebbero come persone che svolgevano mansioni e incombenze per conto della famiglia, una sorta di “tuttofare” o “vivandieri”. Anche questo passaggio deve essere letto nella sua corretta dimensione: si tratta di valutazioni contenute o richiamate negli atti investigativi e non di una contestazione penale attualmente formulata nei confronti del trentasettenne per fatti mafiosi.

Sebastiano Rampulla, morto in carcere nel 2010, è stato indicato in relazioni della Commissione parlamentare Antimafia come figura di vertice della famiglia mafiosa di Mistretta e come referente di Cosa nostra nell’area messinese.

Maria Rampulla, morta nel 2016, era stata interessata da procedimenti di prevenzione patrimoniale e da provvedimenti riguardanti beni, terreni agricoli e fabbricati rurali.

È proprio l’incrocio tra questi rapporti del passato, la disponibilità del terreno e il ritrovamento degli ordigni a rendere l’indagine più complessa di una normale vicenda di detenzione illegale di munizioni.

Pietro Rampulla, l’artificiere di Capaci

Il nome che inevitabilmente domina lo sfondo della vicenda è quello di Pietro Rampulla, storico esponente della famiglia mafiosa di Mistretta, condannato all’ergastolo per il suo ruolo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Rampulla, oggi sottoposto al regime del 41 bis, è considerato l’artificiere che contribuì alla preparazione dell’esplosivo e alla realizzazione del sistema di innesco utilizzato per fare saltare in aria il tratto autostradale sul quale viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

Nell’attentato morirono, insieme ai due magistrati, gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Decine di persone rimasero ferite. La figura di Rampulla è stata considerata particolarmente inquietante anche per la sua precedente militanza nell’estrema destra. Da giovane aveva aderito a Ordine Nuovo, organizzazione neofascista coinvolta nelle indagini e nelle ricostruzioni relative alla stagione delle stragi nere.

Successivamente entrò organicamente in Cosa nostra, diventando uomo di fiducia della struttura mafiosa e mettendo le proprie competenze tecniche in materia di esplosivi al servizio dell’organizzazione.

Il ruolo nella strage e l’innesco azionato da Brusca

Secondo le ricostruzioni giudiziarie sulla strage di Capaci, Rampulla avrebbe dovuto partecipare direttamente all’azione sulla collinetta dalla quale venne azionato l’innesco. Alla vigilia dell’attentato avrebbe però rinunciato, sostenendo di avere avuto poco tempo prima un incidente stradale nella zona e temendo che la sua presenza potesse attirare l’attenzione o consentire a qualcuno di collegarlo all’esplosione.

Fu quindi Giovanni Brusca ad azionare il telecomando che provocò la deflagrazione delle centinaia di chilogrammi di esplosivo collocate in un cunicolo sotto l’autostrada. Rampulla venne comunque condannato all’ergastolo per avere fornito un contributo determinante alla preparazione della strage.

Un arsenale del clan? Per ora è un’ipotesi investigativa

La domanda più grave è inevitabile: le munizioni e le granate ritrovate a Mistretta costituivano un deposito riconducibile alla famiglia mafiosa locale?

Allo stato non esiste una risposta definitiva. Il fatto che il materiale sia stato trovato in un terreno ritenuto nella disponibilità di un uomo la cui famiglia avrebbe avuto storici rapporti con i Rampulla ha alimentato il sospetto investigativo che possa trattarsi di un arsenale conservato per conto di ambienti mafiosi.

Ma tra un sospetto investigativo e una prova giudiziaria esiste una distanza che non può essere ignorata. Non risulta, sulla base degli elementi finora resi pubblici, che a Di Gangi sia stata contestata l’associazione mafiosa. Né risulta dimostrato che le granate fossero destinate a un attentato, a un’attività intimidatoria o al recupero dell’esplosivo.

Dovranno essere gli accertamenti sulla provenienza degli ordigni, sulle modalità di occultamento, sulla loro epoca, sulle eventuali tracce e sui contatti dell’indagato a chiarire se il deposito fosse personale, affidato da terzi, ereditato dal passato o ancora attivamente a disposizione di un’organizzazione criminale.

L’attenzione delle strutture antimafia

La natura degli ordigni e il richiamo alla famiglia Rampulla avrebbero acceso l’attenzione non soltanto della Procura di Patti, titolare dell’indagine, ma anche delle Procure distrettuali antimafia siciliane e della Direzione nazionale antimafia.

Questo interessamento non equivale all’apertura automatica di una nuova inchiesta per mafia né certifica l’esistenza di un progetto stragista. Significa, però, che il materiale rinvenuto viene considerato meritevole di un approfondimento che supera i confini della semplice detenzione abusiva.

Gli investigatori dovranno verificare se l’arsenale abbia collegamenti con vecchi depositi di Cosa nostra, se le munizioni provengano da furti o traffici clandestini, se le granate siano state accumulate in epoca recente o risalgano a molti anni fa.

Un altro interrogativo riguarda la conservazione degli ordigni. Il fatto che fossero sistemati in contenitori sigillati e protetti potrebbe indicare non un abbandono, ma la volontà di mantenerli utilizzabili nel tempo.

I punti ancora da chiarire

L’inchiesta ruota adesso attorno ad alcune domande decisive. La prima riguarda la proprietà e la disponibilità del terreno: gli inquirenti ritengono che fosse utilizzato stabilmente da Di Gangi, mentre la difesa potrà contestare questo elemento o sostenere che l’area fosse accessibile anche ad altre persone.

La seconda riguarda chi abbia materialmente collocato le munizioni e le granate nel nascondiglio. La presenza di un contenitore analogo nella disponibilità dell’indagato rappresenterebbe un indizio, ma dovrà essere valutata insieme agli accertamenti scientifici.

La terza riguarda la provenienza del materiale. Occorrerà stabilire se le cartucce appartengano a lotti identificabili, se siano riconducibili a forze armate, depositi militari, furti o traffici clandestini.

La quarta riguarda la data dell’occultamento. Un deposito realizzato recentemente avrebbe un significato investigativo diverso rispetto a un arsenale rimasto nascosto per decenni.

La quinta, la più delicata, riguarda l’eventuale esistenza di altri soggetti coinvolti. La quantità di munizioni e la presenza di tredici ordigni rendono necessario verificare se il materiale fosse destinato esclusivamente a chi ne aveva la custodia o se fosse a disposizione di una rete più ampia.

Un passato che torna a interrogare Mistretta

A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il nome di Pietro Rampulla torna così a comparire, indirettamente, nello scenario giudiziario legato a Mistretta. Non perché sia stata accertata una sua responsabilità nella vicenda dell’arsenale, né perché esista al momento la prova di un suo intervento recente. Il riferimento nasce dai rapporti storici che le carte attribuirebbero alla famiglia dell’arrestato con quella dell’artificiere di Capaci e dalla particolare natura del materiale ritrovato.

È un collegamento che impone prudenza, ma che non può essere ignorato. Le campagne mistrettesi hanno restituito oltre 1.700 cartucce e tredici granate nascoste sottoterra. Da quegli ordigni, secondo gli investigatori, sarebbe possibile estrarre tritolo. Il materiale era protetto e conservato, non semplicemente disperso o abbandonato.

Resta da capire chi lo abbia nascosto, da quanto tempo si trovasse lì e per quale scopo fosse stato conservato.

Sono questi gli interrogativi sui quali proseguirà l’indagine. Solo gli accertamenti tecnici, le verifiche patrimoniali, l’analisi dei rapporti personali e le successive decisioni giudiziarie potranno stabilire se ci si trovi davanti a un deposito clandestino riconducibile a un singolo individuo oppure a qualcosa di più ampio e più antico: un arsenale sopravvissuto alla storia criminale di una famiglia e di un territorio.

Come previsto dall’articolo 27 della Costituzione, Lucio Massimiliano Di Gangi deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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